Lettera ad una Chiesa che non ama più (parte prima)

Proseguendo l’analisi delle lettere alle sette Chiese, inizata in questo articolo, vediamo oggi la prima di queste, la lettera a Efeso, la chiesa madre nella provincia d’Asia. Efeso era una città enorme, cosmopolita, sofisticata, ricchissima e la sua Chiesa è l’unica oltre Roma a poter vantare una doppia origine apostolica. Per questa ragione Efeso è la Chiesa che presiede (e di cui con ogni probabilità Giovanni è il vescovo, sebbene in esilio) e per questa ragione il Signore si presenta a lei con tutti i simboli della sua autorità.

Gesù si identifica come Colui che tiene nella mano le sette stelle e cammina tra i sette candelabri. Giovanni aveva già precedentemente spiegato la metafora della stella e del candelabro che alludono alla doppia natura della Chiesa: la stella, luminosa e celeste, allude allo Spirito che è in lei (il suo “angelo”, come lo chiama), mentre il candelabro, opaco e pesante eppure necessario sostegno alla luce, allude alla sua parte umana e terrestre.

Dunque il Signore tiene in pugno le sette stelle, cioè a dire le governa con autorità assoluta. Da una parte per il vescovo in esilio questo era certamente un pensiero consolante, un invito a non temere per le sorti delle Chiese a lui affidate, che comunque sono nella mano di Dio e “nessun tormento le toccherà” (Cfr. sap. 3,1), dall’altra però è anche un’invito a ricordare che chi governa davvero le Chiese non è Giovanni, ma il Signore in persona e forse il vescovo in esilio avrà tremato ricordando la profezia di Ezechiele in cui Dio minaccia i cattivi pastori di venire Lui stesso a prendersi cura del Suo Popolo (Ez. 34,1-16).

Inoltre il Signore “passeggia tra i candelabri”, come Dio passeggiava nel Giardino dell’Eden, come un’antico sovrano orientale scende alla sera nel suo giardino per ristorarsi nella sua frescura. Gesù risorto passeggia tra i candelabri, cioè si compiace delle sue comunità, le ama e gode della loro presenza. E non passeggia tra le stelle, ma tra i candelabri, cioè la sua gioia è proprio l’umanità della Chiesa, la concretezza della sua incarnazione, la sua terrestrità, per così dire.

Dunque in tutta la sua autorità Gesù si rivolge alla Chiesa di Efeso ed all’inizio ha solo lodi per lei:

Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. (Ap. 2,2)

“Quelli che si dicono apostoli e non lo sono” dovevano essere un problema serio per una Chiesa che ancora doveva definire chiaramente la sua gerarchia e nella quale quindi necessariamente abbondava lo spontaneismo. In particolare Efeso, in quanto capitale culturale della provincia (aveva un magnifico teatro da 50.000 posti, una straordinaria biblioteca pubblica che ancora oggi si può ammirare, ed il tempio di Artemide Polimasta attirava pellegrini da ogni dove) doveva essere la meta spontanea di tutti i predicatori girovaghi e di tutti i fondatori di nuovi culti bizzarri.

Come nella nostra Italia, ad Efeso c’era una grandissima varietà di idee e di posizioni ed era quindi necessario tracciare un confine, dire chiaramente quali erano i falsi apostoli e quali i veri. La Chiesa di Efeso in questo si mostra vigilante e molto efficace, con la sua fatica e la sua perseveranza sa smascherare gli pseudoi, gli impostori. Anzi, a causa di questo “ha molto sopportato senza stancarsi”. Chiunque debba governare conosce bene questa fatica ed anche in questo Efeso ha mostrato la sua Resistenza. Però… Però c’è un però.

Efeso è una Chiesa che non ama più

Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore (meglio sarebbe: il tuo amore di un tempo). (Ap. 2,4)

E’ questa un’involuzione terribile nella vita della Chiesa, tanto terribile da vanificare tutti i lodevoli sforzi fatti per difendere la verità cristiana. La Chiesa infatti esiste innanzitutto per amare e quando in essa muore l’amore non resta da fare altro che rimuoverne il candelabro, cioè prendere atto della sua morte come Chiesa. Efeso appare come una Chiesa tutta dottrina, tutta esattezza teologica, molto intransigente, dove combattere le eresie e gli errori della fede è diventato più importante dell’amore per il fratello. A questa Chiesa Gesù rivolge quasi una supplica: “ti prego, ravvediti, altrimenti dovrò rimuovere il tuo candelabro”.

Non importa quanto sia esatta la sua dottrina, quanto sia organizzata nella sua struttura, quanto sia efficiente nei suoi metodi di evangelizzazione: la Chiesa se non ama è morta!

Quante volte l’ho visto accadere! E non penso tanto alla Chiesa gerarchica, quanto alle concrete comunità cristiane: parrocchie, istituti religiosi, movimenti… ad ogni livello si ripete la stessa dinamica: al raffreddarsi dell’amore prende il sopravvento il formalismo; quando si dimentica la bellezza del Volto si dà attenzione solo al dettaglio, alla cura della liturgia, al diritto canonico… Queste cose bisogna fare senza tralasciare quelle!

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4 commenti

Archiviato in Chiesa-Babilonia, Chiesa-Gerusalemme, Giudizio, lettere alle sette Chiese

4 risposte a “Lettera ad una Chiesa che non ama più (parte prima)

  1. 61Angeloextralarge

    “Quelli che si dicono apostoli e non lo sono”: stamattina, in Cappellina, ho letto tutto il post e, al contrario delle altre volte che l’ho centellinato frase a frase, non sono riuscita a non stare su questa. Dopo un po’ che non riuscivo a proseguire, mi sono arresa. Prima di tutto, da brava “cristiana” ho considerato gli altri in rapporto a questa frase: quanti conosco che ad occhio e croce definirei gli apostoli-che-non-lo-sono! Soprattutto pensavo ad un sacerdote che proprio l’altra sera, per l’ennesima volta, mi ha accusato (purtroppo in modo molto aggressivo e… davanti al Santissimo) di essere quello che so perfettamente di non essere, perché il mio problema è l’esatto contrario di quello che “vede” lui. Poi, non potevo non dirmi: “Pensa un po’ per te!”: e qui è iniziata la vera preghiera ed un profondo esame di coscienza.
    Grazie, don Fabio!

    • Non conosco ovviamente nello specifico la situazione, però credo che Giovanni con questa frase non intenda tanto i cattivi apostoli, quanto piuttosto quelli che anziché annunciare il Vangelo annunciano piuttosto le loro fantasiose interpretazioni, come dovevano essercene molti all’inizio della Chiesa

  2. 61Angeloextralarge

    Grazie per il chiarimento! Comunque, anche se sono “saltata” ai “cattivi” apostoli, me compresa, il post mi è servito. Ovviamente me lo rileggerò ancora.

  3. l’eterna lotta per tenere in equilibrio…. la bilancia di san Paolo (come la chiamo io) veritates facientes in caritate!

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