Lettera ad una Chiesa che non ama più (parte seconda)

Al giudizio così duro, che abbiamo visto ieri, seguono due verbi importantissimi: ricorda e convertiti (mnemoneue e metanoeson, letteralmente: fai memoria e cambia la tua mente).

Ricorda, perché per le sette Chiese la conversione non nascerà dall’incontro con Cristo, che è già avvenuto, quanto dal ravvivarlo. Qui la problematica non è tanto quella del kerygma, del primo annuncio, ma del ravvivarne la fiamma. Le sette Chiese hanno già ricevuto il vangelo, ma la loro fede vacilla, sembra essersi raffreddata, urge quindi una seconda evangelizzazione, al centro della quale deve essere appunto la memoria.

Anche la nostra Italia sembra nella medesima situazione. La nostra non è una società semplicemente pagana, ma non-più-cristiana, una società cioè che dopo aver conosciuto il cristianesimo gli ha voltato le spalle. In questo contesto l’evangelizzazione è molto più difficile, perché significa cercare di far conoscere a qualcuno qualcosa che crede di conoscere già, pur avendone in realtà una visione distorta e terribile. Mi viene in mente un vecchio libro, il Dio in cui non credo, in cui J. Arias si rivolgeva ai non credenti dicendo loro suppergiù: “al Dio in cui voi non credete non credo neppure io, il Dio in cui credo voi non lo conoscete”.

La chiave della seconda evangelizzazione sarà quindi la memoria. Ricorda il tuo primo incontro con Cristo: come ti ha sedotto, come ti ha “sollevato su ali d’aquila”, come tutto sembrava facile con Lui, come l’amore ritmava ogni passo ed ogni respiro. Ricorda e convertiti, cioè cambia la tua mente, il tuo nous, perché la conversione non mira al cambiamento delle opere, non si tratta di fare cose diverse, ma di essere diversi. Così mentre il giudizio parte dalle opere per arrivare allo spirito, la conversione parte dallo spirito per inverarsi nelle opere.

Chi è allora il vincitore? In questo caso non si tratta, come nelle altre lettere, di cambiare le opere, ma la mentalità.  Di imparare cioè a fare le stesse cose, ma a partire dall’amore, mettendo l’uomo prima della dottrina. Vincitore è colui che sa coniugare amore  e fermezza, chi sa distinguere tra veri e falsi profeti e purtuttavia ama questi e quelli, chi odia le opere dei Nicolaiti pur amando le persone.

Governare nella Carità significa assumersi personalmente il peso delle decisioni proprie, ma anche di quelle delle persone a noi affidate, significa saper correggere senza spegnere lo Spirito, significa in definitiva saper stare come Mosè tra Dio e gli uomini, tanto da avere il coraggio di “lottare contro Dio” per amore del proprio popolo (Cfr. Es. 32,7-35). E’ in definitiva la scelta di Gesù, che pur di non separarsi né dall’uomo né da Dio si lascia lacerare sulla croce.

Per questo il vincitore riceverà in dono il frutto dell’albero della vita. Questo non è l’albero della conoscenza del bene e del male, ma quello che procura l’immortalità, che dopo il peccato era stato vietato all’uomo perché non vivesse per sempre (Gen. 3,22).

Secondo l’interpretazione rabbinica dopo il peccato l’aver reso l’uomo mortale è un atto di misercordia divina, perché ora che il peccato è entrato nel cuore dell’uomo la vita è fatica e dolore e perpetuarla non sarebbe più una benedizione, ma una maledizione. Ma se per il vincitore il cuore è trasformato dalla memoria dell’Incontro, se finalmente è diventato un cuore di carne, un cuore che ama, allora l’uomo può tornare a desiderare di vivere per sempre, perché la sua vita diventerà un perpetuo canto d’amore.

I padri della Chiesa, specialmente nella tradizione orientale, hanno spesso chiamato la Croce “albero della vita”, alludendo a tutto questo. E’ infatti il frutto della croce a trasformare il cuore e quindi a rendere la vita degna di essere vissuta per sempre. E davvero governare nella Carità è una croce! Mi viene in mente ad esempio il dolente pontificato di Paolo VI, che mi sembra un’icona vivente del vincitore in questa lettera alla Chiesa efesina e forse spiega con il suo esempio molto di più di quanto ho cercato di dire con tante parole.

Ritroveremo l’albero della vita al centro della Gerusalemme Nuova, per dire che tutta la Chiesa alla fine godrà del suo frutto, ma anticiparlo ora significa dire che per il vincitore il futuro è già qui, le promesse escatologiche si realizzano immediatamente. Egli non dovrà aspettare la fine dei tempi per goderne, ma da subito può avere quel possesso pieno della vita, quell’incrollabile vitalità, più forte di ogni “piccola morte” che la vita ci fa sperimentare, che è il segreto della gioia dei redenti. Già oggi il vincitore diventa il Vivente, esattamente come il suo Signore.

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1 Commento

Archiviato in Chiesa-Gerusalemme, lettere alle sette Chiese

Una risposta a “Lettera ad una Chiesa che non ama più (parte seconda)

  1. 61Angeloextralarge

    Questo post oggi scotta! Comlimenti per il fuoco! Smack! 😀

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