Fidanzata e sposa

Uno dei temi più affascinanti dell’Apocalisse è quello della sposa, tema anche profondo e difficile da trattare però, mi permetto quindi di regalarvi alcune pagine del mio libro ancor prima che esca, nella speranza che l’editore non legga questo blog.

Il tema della sposa nell’Antico Testamento

È possibile leggere il tema nuziale come un fil rouge che attraversa tutta la Bibbia. Tanto che è stato osservato che l’intera storia della salvezza è racchiusa tra due nozze, quelle di Adamo ed Eva e quelle dell’Agnello, ma questa chiave analitica, per quanto affascinante, richiederebbe troppo spazio. Limitiamoci quindi ad esaminare gli antecedenti diretti dell’immagine giovannea.

Il primo autore biblico ad usare l’immagine di Israele come sposa è il profeta Osea, attorno al 750 a.C. in un periodo di forte instabilità sociale e di grande idolatria pratica, che culminò nell’assedio e nella distruzione della città di Samaria che pose fine al “regno del Nord” (722 a.C.). In questo contesto Osea legge la sua personale vicenda di marito tradito e abbandonato come una profezia del rapporto tra Dio e Israele; trae così dalla sua storia il linguaggio e le immagini necessari per parlare della fedeltà oltremisura di Dio e del perdono di Israele, sposa infedele.

Da questo già si intuisce che l’attenzione di Osea, più che sulla sposa/Israele, è sullo Sposo/Dio, presentato come “geloso”, cioè come un Dio che richiede una coerenza assoluta tra fede e vita, e al tempo stesso capace di un amore esagerato, che perdona ogni infedeltà e accoglie sempre. È da notare che Osea spinge l’amore dello Sposo fino al punto di non parlare nemmeno della necessità di una conversione della sposa infedele. Mentre Dio/sposo ama appassionatamente Israele, alla sposa non è richiesto di amare il suo sposo, ma solo di non fuggire da Lui.

A partire da qui e passando per Ezechiele, Geremia e il secondo e terzo Isaia, l’immagine si arricchisce sempre più di dettagli. Dio viene rappresentato ora come lo sposo innamorato che riempie di doni la sua sposa/Israele e si compiace di lei, fino alla bellissima frase del terzo Isaia, che inaugura una nuova lettura della metafora: dopo quella della contesa giuridica e quella dei doni nuziali, il tema delle nozze diventa finalmente il tema della fusione sponsale tra Dio e l’uomo: “come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is. 62,2).

Questa terza chiave di lettura è assolutamente scandalosa per il rigido monoteismo ebraico e non ha grande seguito, proseguendo come una sorta di corrente segreta e sotterranea attraverso il Cantico dei Cantici per sfociare infine nel N.T. dove assume invece uno spazio centrale.

Una sola carne!

I discepoli di Gesù leggono la metafora nuziale in modo nuovo rispetto alla tradizione veterotestamentaria. Innanzitutto lo sposo non è più JHWH, ma Gesù stesso (mentre mai nell’A.T. il Messia era definito sposo di Israele) e soprattutto l’attenzione si sposta dal contesto giuridico a quello esistenziale; in altre parole, l’immagine non esprime più tanto la lotta dello Sposo per riconquistare la fedeltà della sposa fedifraga, quanto la straordinaria intimità che si stabilisce tra Cristo e i suoi, fino alla vertiginosa espressione di Paolo che dice che, come lo sposo e la sposa, anche Cristo e la Chiesa sono una carne sola (cfr. Ef. 5,32).

Per la prima volta in un contesto biblico si osa paragonare esplicitamente l’unione mistica tra Dio e l’uomo all’unione sessuale.

In questo orizzonte si situa il veggente di Patmos: egli vede la città come sposa innanzitutto perché è abitata dalla continua presenza dello sposo. Il tema nuziale si intreccia con quello tipicamente giovanneo dell’inabitazione, del reciproco essere l’uno nell’altro di Cristo e del discepolo. Entrambi i temi parlano di una fusione d’amore che non è confusione o sovrapposizione, come ad esempio nell’induismo o in certi gruppi neognostici. L’uomo e Dio restano ben distinti eppure sono al tempo stesso così strettamente uniti da essere di fatto una cosa sola, come il Figlio è una cosa sola con il Padre: “perché tutti siano una cosa sola; come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi” (Gv. 17,21). Per questa prospettiva vertiginosa si giunge alla divinizzazione dell’uomo, all’allargamento della Trinità, in cui l’uomo, chiamato ora Figlio, può sedere di diritto.

L’uomo può ricevere il titolo di Figlio appunto perché è parte della sposa di Cristo. Come una donna nelle nozze riceve il diritto di chiamare padre il padre dello sposo, così la Chiesa e i suoi figli, essendo sposa del Figlio, sono chiamati figli dal Padre e ricevono le stesse prerogative dello Sposo.

A ben guardare, questa tematica è strettamente collegata all’Eucaristia, dove attraverso il dono del corpo dello sposo si realizza appunto quella fusione nuziale. L’Eucaristia diventa così davvero il culmine e la fonte della vita cristiana proprio perché attraverso di essa si realizza il suo vertice spirituale ed al tempo stesso attraverso di essa tutto prende energia e movimento.

La sposa nell’Apocalisse

Torniamo ora all’Apocalisse. Fin dall’inizio Giovanni ha avuto ben presente tutto questo giro di idee che abbiamo rapidamente accennato. Si pensi ad esempio alle lettere alle sette Chiese, dove spesso l’orizzonte delle promesse riservate al vincitore è appunto quello delle nozze. Anche la donna-vestita-di-sole, sebbene nel contesto l’accento cada più sulla maternità, porta in sé l’immagine della sposa, identificata attraverso i riferimenti al Cantico dei Cantici. Tutto il libro, come abbiamo già detto, è concepito in realtà come un cammino progressivo di fidanzamento in cui la Chiesa è andata preparandosi al momento delle nozze.

Tuttavia l’autore dell’Apocalisse aggiunge diversi elementi propri al tema dimostrando, come sempre, di essere estremamente creativo nel ricevere la tradizione e rielaborarla. Innanzitutto il tema sponsale nell’Apocalisse non è affatto da riferire solo alla fine dei tempi. Già ora la Chiesa è legata all’Agnello, sebbene come nymphe, fidanzata, e non ancora come sposa.

Inoltre l’Apocalisse non insiste solo sull’amore dello sposo, ma sottolinea anche l’amore della sposa, mostrando in questo una grande originalità. Nell’A.T. il protagonista dell’azione era solamente lo sposo e la sposa restava passiva, al massimo le si chiedeva la fedeltà, ma non c’era un vero coinvolgimento personale. Questa idea riflette evidentemente una concezione patriarcale del matrimonio, in cui la donna più che sposa è “sposata”, è cioè l’oggetto della scelta dell’uomo di fronte alla quale resta in una posizione di relativa passività.

La donna dell’Agnello invece è diversa, è protagonista delle sue proprie nozze, innanzitutto perché prepara la propria veste nuziale nelle opere di giustizia che esprimono appunto la sua cooperazione alla missione dello Sposo e poi perché più volte la si vede esprimere nelle azioni il suo proprio amore per lo sposo.

Naturalmente, dal momento che lo Sposo è Dio, l’amore tra i due non può essere paritario. Giovanni esprime il primato di Dio nel fatto che la veste, sebbene preparata dalla sposa, le è data, ella cioè la riceve dalla mano dello Sposo. Questo paradosso indica che in ogni opera di giustizia che possiamo compiere c’è sempre un’azione previa della Grazia divina, e tuttavia questo primato divino non sopprime il fatto che alla sposa è chiesta una cooperazione personale, che si esprime anzitutto nella sua accoglienza della Grazia, nello spazio aperto che lascia nel suo intimo all’azione di Dio e poi nelle sue opere di giustizia.

La sposa inoltre esprime il suo amore per lo sposo nella sua Resistenza, nella lotta che ha dovuto sostenere per giungere al giorno delle nozze, come rivelato dalle promesse ai vincitori delle sette Chiese. Essa stessa ha combattuto per amore dello Sposo, per poterne essere la sposa.

Chi è la Sposa?

Infine, se prima dell’Apocalisse la Sposa era da identificare rigidamente con la Chiesa, intesa in senso stretto come il gruppo dei discepoli di Gesù, Giovanni sembra dilatare questa prospettiva. Come abbiamo detto a più riprese, egli unisce quelli che sono apertamente discepoli dell’Agnello e quelli che lo sono implicitamente perché hanno rifiutato di adorare la Bestia. Come pensare che li separi ora, nel momento cruciale? Per questo nella Città/sposa c’è spazio per molti popoli, per questo le sue porte non restano mai chiuse.

Probabilmente Giovanni recepisce le profezie universaliste di Isaia, che immaginava tutti i popoli del mondo in cammino verso il monte Sion, punto omega della storia umana: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti” (Is. 2,2). Per questo abbiamo parlato di una Chiesa escatologica che ha confini più ampi della Chiesa storica.

Fintanto che siamo da questa parte della storia non possiamo vedere esattamente i lineamenti della Sposa, sapere chi è in essa e chi no. Certamente lo sono coloro che si nutrono dell’Eucaristia, che sono nel cuore della Chiesa, che fin d’ora sperimentano la comunione nuziale con Cristo, ma soltanto loro? Non è stato Gesù stesso a dire di avere anche un altro gregge in un altro ovile (cfr. Gv. 10,16)?

Solo alla fine dei tempi saranno rivelati definitivamente i tratti della Sposa, ma fino a quel momento possiamo perfino pensare che coincidano con quelli dell’umanità intera. Del resto, come abbiamo visto, la donna-vestita-di-sole, che della Sposa è certamente un’anticipazione, racchiude in sé anche l’immagine di Eva e quindi di tutta l’umanità.

Vita da sposi

La rivelazione che il termine della storia umana e il fine della vita cristiana è una festa nuziale apre la via ad una concezione interamente nuova della spiritualità, che sebbene sia un combattimento, non è da intendere come una sorta di servizio militare, ma come un’attesa carica di passione.

Se il cristiano lotta per la giustizia e si impegna e combatte per la costruzione di un mondo nuovo non lo fa in nome di una militanza ideologica, in cui conta solo il dovere e sentimenti e bisogni personali non hanno alcuna importanza, ma per un amore personale e appassionato allo Sposo. La sposa non combatte per se stessa, né per una missione astratta, ma per essere a fianco dello sposo e partecipare alla sua battaglia. La sua lotta quindi sarà festosa e appassionata, mai motivata dalla rabbia. «Guidato da questa sensibilità l’atteggiamento della sposa non sarà mai rigido o prepotente, perché punto di riferimento nel giudicare e guidare gli eventi non sarà mai il suo volere» (La citazione è tratta da un breve saggio di Tecle Vetrali).

L’orientamento finale della nostra vita verso le nozze con Cristo in definitiva la rende da subito sponsale. Già ora godiamo dell’intimità con Lui, già ora possiamo sentire il suo bacio nella preghiera e sperimentare quella che Paolo definirebbe la caparra della fusione nuziale a cui siamo destinati, già ora infine possiamo e dobbiamo concepire tutta la nostra esistenza in prospettiva delle nozze, come un cammino di preparazione che dà senso e direzione alle nostre opere di giustizia.

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4 commenti

Archiviato in Chiesa-Gerusalemme, Resistenza cristiana

4 risposte a “Fidanzata e sposa

  1. 61Angeloextralarge

    Me lo stampo e me lo leggo in Cappellina! Non voglio perdere una sola riag.

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