Fuggire nel deserto

In uno dei passaggi più drammatici dell’Apocalisse il Drago, dopo essere stato espulso dal cielo ed avendo quindi constatato il fallimento del suo tentativo di impedire la nascita del Figlio della Donna-vestita-di-sole, si rivolge contro la Donna stessa, la quale però viene posta in salvo da Dio, che le dona le ali della Grande Aquila perché possa rifugiarsi nel deserto.

L’immagine del deserto è un’immagine ambigua, che richiede un po’ di analisi per essere capita. Per i Latini il deserto è de-sertus, il luogo abbandonato (da serere), scollegato da tutto; per i Greci invece è he-remos, il luogo del silenzio (da rema, parola); per gli Arabi è sahar, il vuoto e per gli Ebrei infine è midbar, il nulla.

Questa rapida analisi etimologica ci dice che il deserto è un luogo inospitale e pericoloso, in cui non si può vivere. Come è possibile allora fuggire nel deserto? Oggi la tradizione spirituale della Chiesa tende a dare al concetto di deserto un valore positivo, i “deserti” nei nostri monasteri (famoso quello di Sorrento) sono luoghi ameni immersi nel verde e nella bellezza, questo ci fa correre il rischio di dimenticare quanto pericolosa, quanto estrema sia l’esperienza biblica del deserto.

Il deserto infatti non può che essere un luogo di passaggio, un momento transitorio, lo spazio vuoto che separa il tempo della schiavitù in Egitto dal tempo della Libertà in Israele. E’ necessario ad Israele passare attraverso di esso per essere purificato totalmente dai quattrocento anni di schiavitù sopportati in Egitto, perché nulla della cultura egiziana rimanga nel popolo di Dio.

In questo senso il deserto, proprio nella sua durezza, è una scuola esigente e dura, ma efficacissima. E’ il luogo in cui imparare ad essere scollegati da tutto (de-serti) per essere connessi con l’Unico necessario, dove nel silenzio del mondo (he-remos) impariamo ad ascoltare la Parola, dove nel centro del vuoto (sahar) incontriamo la Presenza, dove facendoci nulla (midbar) scopriamo che Dio è tutto. Per trovare questo positivo è necessario passare per un negativo e c’è un  istante di passaggio, tra il prima e il dopo, che può anche durare anni (anni terribili, che non auguro a nessuno), in cui si è come sospesi nel nulla, si va avanti senza nessuna certezza sostenuti unicamente da una fede cieca e irragionevole, sperando contro ogni speranza. Questo è il deserto.

Eppure, per sottrarla all’ira del Drago, è nel deserto che Dio manda la Donna, così come è nel deserto che il popolo di Israele si rifugiò per sfuggire all’ira del faraone. Pur nella sua durezza quindi il deserto è luogo di liberazione ed è per questo che non di rado viene ricordato con amore. E’ tale e tanta l’abbondanza di Dio nel deserto che perfino quel vuoto, quel nulla, quell’isolamento e quel silenzio possono apparire belli ed essere ricordati come il “tempo del fidanzamento” con Dio. A posteriori, rileggendo la sua storia, Israele ricorderà il deserto con un misto di terrore e di nostalgia e questa memoria resterà saldamente infissa nella sua coscienza, tanto che ancora oggi, non di rado, gli Israeliani scelgono il deserto del Neghev come luogo di villeggiatura.

Torniamo al libro dell’Apocalisse: la Donna viene fatta fuggire nel deserto perché possa uscire da Babilonia, perché niente della cultura imperiale le resti attaccato addosso. Il deserto è la negazione dell’Impero: fuggendo nel deserto la Donna fugge dal lusso, dal piacere e dal potere, per imparare che tutto questo non è che apparenza, così da poter poi resistere alle sue seduzioni.

A questo punto però accade una cosa sorprendente: il Drago scatena contro la donna, attraverso il deserto, un fiume d’acqua. Generalmente il fiume nella Bibbia è un simbolo positivo, vitale, e non può sorprendere, considerando che Israele trae tutta la sua acqua dall’unico fiume che è il Giordano, vera arteria del paese, per il possesso delle cui sorgenti Israele ha combattuto l’unica guerra offensiva della sua storia recente.

Molti commentatori interpretano questo fiume come un azione militare, un atto di violenza esplicita contro la Donna. Confesso però che questa lettura mi lascia perplesso, sia perché in genere il Drago usa armi più sottili e preferisce l’inganno e la seduzione alla distruzione, sia perché non tiene sufficientemente conto del valore positivo che nella tradizione biblica ha l’immagine del fiume.

Mi convince di più invece l’interpretazione che di questo passo dà Ugo Vanni: il fiume è il tentativo da parte del Drago di negare il deserto, di trasformarlo in un giardino, in un’illusoria terra promessa, cosicché la Donna, invece di attraversare il deserto come una tappa transitoria verso la Gerusalemme Nuova, sia indotta a fermarsi.

In questo senso il pericolo è l’inganno, l’illusione che ci porta a scambiare un oasi per la Terra Promessa, a credere che si possa essere felici in questo mondo. In fondo è una riedizione della prima delle tre tentazioni che il satana rivolge contro Gesù: “dì che queste pietre diventino pane”…

Quante volte ci è stato promesso il paradiso in terra! E quante volte ci siamo illusi che lo scopo del mondo sia quello di servire al nostro piacere! Il mondo è pieno di uomini e donne che si sforzano di trasformare le pietre in pane per dimenticare che la realtà, nella sua terribile alterità da noi, a volte è pietra. Perfino il partner, perfino i figli, perfino il lavoro (perfino la mia povera A.S. Roma) sono realtà rugose, ruvide, resistenti, che se ci danno gioia ci danno però anche dolore e non si lasciano mangiare e consumare. L’uomo che trasforma le pietre in pane è il consumatore universale, quello che Gaber chiama l’obeso.

La tentazione quindi è quella di negare il deserto, di illudersi che tutto sia nella nostra disponibilità, che il mondo sia un giardino di delizie. La terra stessa però si rifiuta di cedere a questo inganno e si apre inghiottendo il fiume. E’ il rifiuto della realtà di sottomettersi all’ideologia: “puoi ingannare qualcuno qualche volta, ma non puoi ingannare tutti tutte le volte” cantava Bob Marley (citando, credo, Abraham Lincoln) ed è anche la fede dei semplici che non cede alle sottigliezze sofistiche dell’ingannatore e sa bene che se il Signore ha detto: “attraversa il deserto”, il deserto va attraversato.

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6 commenti

Archiviato in Resistenza cristiana, strategie dell'Agnello

6 risposte a “Fuggire nel deserto

  1. 61Angeloextralarge

    Grazie, don Fa’! Farò “deserto” con questo post sul deserto! Smack! 😀

  2. Denise Cecilia S.

    Amo molto il deserto come simbolo (non posso dire altrettanto dei deserti reali, per il banale motivo che non ne ho mai “visitato” uno); e questo intervento di conseguenza mi affascina.
    Come il deserto, semplice e ricco.

    Buona giornata.

    • Grazie Denise, il deserto è un’esperienza più che un luogo, è una condizione dell’anima, uno stato del cuore, qualcosa attraverso cui dobbiamo necessariamente passare per godere fino in fondo della vita.
      Però proprio per ricordarmi di tutto questo io nel deserto vero ci vado periodicamente, almeno una settimana all’anno, perché i simboli sono belli e forti, ma solo se hai un’idea autentica d ciò di cui si sta parlando 🙂

      • Denise Cecilia S.

        Sì, il deserto è una condizione e un’esperienza che ho conosciuto e conosco. Per questo mi risuona, anche.
        Ma ti lascio i deserti sabbiosi, dai: altrimenti, se ci vengo anch’io non sono più deserti 😉 Opterò per altre mete…

        • E chi ha parlato di deserti sabbiosi? Io amo particolarmente il deserto del Neghev o di Paran, come si chiama dal lato giordano, è lì che vado ogni volta che posso ed è tutto roccia spaventosa.
          Quello che vedi in foto qui sopra invece è il deserto di Giuda, a nord del mar morto e anche se a uno sguardo superficiale possono sembrare dune anche lì ti assicuro che quello che vedi in foto sono calanchi di roccia aridissima

      • Denise Cecilia S.

        Ci siamo capiti… sabbiosi o rocciosi, sono deserti fisici.
        E comunque, buon Negev.

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