Lettera a una Chiesa compiaciuta

Sardi era una città di antichi splendori e memorie, al tempo di Giovanni decaduta. Fu capitale della Lidia, arricchita da leggendarie miniere d’oro, nobilitata dalla presenza della reggia di Creso. A Sardi fu inventato il conio e gettate le basi del commercio mo­derno. Poi la conquista da parte di Pergamo, il dominio romano, l’esauri­mento delle miniere e infine un terremoto che la rase quasi al suolo, resero questa perla poco più che un borgo di provincia che sopravvi­veva grazie al commercio della lana.

La situazione descritta nella lettera alla Chiesa di Sardi (Ap. 3,1-6) non è chiarissima. Ciò che do­veva essere evidente per i destinatari immediati, a noi ri­sulta enigmatico per la scarsità di informazioni che abbiamo. Cos’è che rende morta questa Chiesa e perché sembra viva?

Innanzitutto si nota che in questo caso il giudizio del Signore è in­solitamente duro, mentre nelle altre lettere di solito le lodi precedono gli ammonimenti, qui invece ex-abrupto si entra subito nel giudizio, non ci sono lodi per la Chiesa di Sardi. Questo rivela l’urgenza della situazione.

Agli occhi di Giovanni questa Chiesa è davvero in pericolo e come non si perde tempo al capezzale di un agonizzante, così non perde tempo in complimenti ed entra subito in argomento. In un certo modo forse la situazione di Sardi è paragonabile a quella di Efeso, il cui candelabro rischia di essere rimosso, espressione che ugualmente indica la morte della Chiesa in quanto Chiesa. Qui come lì, forse, il problema è un raffreddamento dell’amore. Notiamo anche che Sardi non è rimproverata per motivi dottrinali, né per la commistione idolatrica. Non ci sono falsi profeti o Nicolaiti in essa, e nemmeno le sue opere esteriori sono da condanare, visto che la si crede viva. sembra che tutto vada bene, perché allora è moribonda?

Nell’Apocalisse i sette spiriti rappresentano i sette doni dello Spirito Santo, presentandosi come Colui che tiene in mano i sette spiriti e le sette stelle il Signore sottolinea che è Lui il datore dei doni, è Lui che ha autorità sulle Chiese e distribuisce i doni come vuole. Così forse Giovanni intende sottolineare che sono proprio questi doni carismatici ciò che manca a Sardi.

E’ creduta viva dai suoi contemporanei perché in essa abbondano le iniziative, le opere di carità, i convegni pastorali, gli incontri culturali, ma non sono queste cose a fare la Chiesa. La Chiesa nasce dall’amore e vive nell’amore e se manca l’amore, se è sostituito dall’autocompiacimento, la comunicazione con lo Spirito Santo languisce e scompare, per questo la Chiesa che ad uno sguardo superficiale appare viva, è morta in realtà.

Il problema però è che Sardi si crede viva, e quindi non si pente. La sua efficienza, la grande ricchezza di talenti la illudono, così che mentre la sua situazione reale è drammatica essa passa il tempo a specchiarsi nell’autocompiacimento. Questa Chiesa ha smesso di guardare Dio ed ha rivolto lo sguardo verso di sé.

Ogni volta che gli ecclesiastici parlano più della Chiesa che del Signore si manifesta lo stesso pericolo. La differenza può apparire sottile, ed a volte è più una questione di atteggiamento mentale che di scelte effettive, occorre perciò una grande vigilanza per rendersene conto. Di solito un sottile slittamento del linguaggio è un buon segnale indicatore del fatto che si sta scivolando su questa china. Quando ci si preoccupa non tanto di “annunciare il vangelo”, quanto di “trasmettere la fede”, non tanto di proclamare, quanto di difendere il Cristianesimo, in una parola quando l’attenzione si sposta dal messaggio all’istituzione che lo porta vuol dire che c’è un errore di fondo.

E’ la situazione che Lewis nelle “Lettere di Berlicche” chiama del “Vangelo e…” (Il vangelo e il mondo moderno, il Vangelo e la crisi della migrazione, il Vangelo e le sfide del nostro tempo…), dove inevitabilmente si finisce con il dare per scontato il Vangelo e l’attenzione si concentra su quell “e”.

Vi confesso che a volte guardando la nostra Chiesa italiana ho esattamente questa sensazione: vedo che si parla moltissimo della Chiesa, della sua organizzazione, delle sue necessità e troppo poco del Signore. Non so se sia un frutto perverso della collegialità, ma questa sembra essere la situazione, più che dell’ascolto della Parola di Dio, la Chiesa sembra preoccuprasi del’ascolto reciproco, in altre parole ascolta se stessa.

Forse perché la Parola di Dio è diventata più un oggetto intellettuale che una sposa da amare, la si dà per scontata e non la si legge più con entusiasmo, come una continua novità, non la si riceve più come un dono ogni giorno.

Questo è il segno della morte spirituale: quando la Parola di Dio non ti fa più tremare, vuol dire che sei morto.

Resistere è ricordare

Per questo Sardi è invitata a ricordare come aveva accolto la Parola all’inizio, con quale entusiasmo, con quale apertura di cuore, per ricordare che ogni opera e ogni dono carismatico vengono da Dio e quindi solo la comunione con la sua Parola può garantirne l’autenticità.

Le opere della Chiesa di Sardi sono definite imperfette (letteralmente “incompiute”, ou pepleromena), come è tipico di colui che all’inizio dell’esperienza cristiana si lascia prendere dall’entusiasmo, ma poi torna a volgersi alle cose del mondo. Per questo il Signore invita Sardi a tornare all’accoglienza gioiosa della Parola di Dio: solo l’ascolto appassionato della Parola può resuscitare una fede morta.

Nella Chiesa di Sardi ci sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti, un piccolo gruppo ancora vivo che conserva l’amore per la Parola di Dio, grazie al quale Sardi non è ancora morta del tutto. Sono quelli che non hanno macchiato la veste battesimale, perché conservano intatto lo stupore davanti alla Parola.

È una situazione che riflette molto bene quello che accade nelle nostre comunità e parrocchie, dove la gran parte dei cristiani vive solo un’apparenza di fede, fatta più di fedeltà a una tradizione che di esperienza viva, e solo un piccolo resto mantiene in vita la Chiesa. Il Signore che possiede lo Spirito vivificante, quello Spirito che dà vita alle ossa inaridite, si rivolge quindi soprattutto a questo piccolo resto, perché agisca come un lievito in seno alla comunità.

Cammineranno con me in vesti bianche

Il vincitore sarà colui le cui opere giungono a compimento, colui che custodisce la Parola, come Maria, nel suo cuore e la mantiene viva, colui che non permette che il buon seme della Parola sia soffocato da tentazioni e preoccupazioni mondane. Costoro sono quelli che camminano con il Signore in bianche vesti, sono il suo corteo nuziale, e già ora godono continuamente della Sua presenza e lo accompagnano nel Suo cammino, e il cammino del Signore è il cammino pasquale. Egli va da Nazareth a Betlemme, dall’Incarnazione alla Risurrezione. Quelli che lo scortano in definitiva sono quelli che camminano con Lui verso la Pasqua, quelli che collaborano all’opera della Redenzione.

Al vincitore è data la veste della Risurrezione, simbolo della sua dignità sacerdotale, che significa partecipazione all’opera dell’Agnello, l’unica davvero compiuta agli occhi del Padre. In altre parole, il vincitore coopererà con il Signore alla redenzione del mondo e potrà dire con Paolo: “completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo” (Col. 1,24). Per questo il nome del vincitore non sarà cancellato dal libro della vita e sarà riconosciuto dal Figlio, il quale testimonierà davanti al Padre della perfezione delle sue opere.

(tratto da “Uscite popolo mio da Babilonia”, ed. Messaggero Padova)

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2 commenti

Archiviato in lettere alle sette Chiese, Resistenza cristiana

2 risposte a “Lettera a una Chiesa compiaciuta

  1. Gentile don Fabio si potrebbe avere il suo libro spedito a casa? Come si fa? chi contattare?
    Grazie

    • Per averlo a casa devi acquistarlo on line, quando uscirà sarà possibile farlo attraverso il sito dell’editrice Messaggero di Padova, che trovi indicato con un link nella colonna di destra del blog

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