tuniche di pelle, vesti di bisso

I Padri Greci hanno dedicato una grande attenzione alle tuniche di pelle che Dio dona ad Adamo dopo il peccato (Cfr. Gen. 3,21), che mantengono un ruolo importante nella teologia greca fino al contemporaneo Panayotis Nellas che vi ha dedicato un’opera fondamentale “zoon theoumenon“, tradotta in italiano con il titolo “voi siete dei”.

Nell’interpretazione di Nellas le tuniche di pelle rappresentano l’umanità dopo il peccato, quindi la condizione umana ferita, sono in un certo modo la traduzione nel linguaggio dell’Ortodossia del pensiero agostiniano sull‘inclinazione al male, conseguente al peccato originale. In più rispetto al pensiero agostiniano, però, Nellas sottolinea come anche la tunica di pelle sia un dono di Dio.

Le tuniche di pelle rappresentano innanzitutto la condizione umana. Colui che prima del peccato era nudo, non aveva bisogno di rivestirsi di altro, perché la sua santità, la sua purezza interiore erano, per così dire la sua veste, così che la perfetta coincidenza tra essere ed apparire, tra interiore ed esteriore rendeva superflua ogni veste. Prima del peccato gli uomini potevano presentarsi nudi gli uni gli altri, perché la forma esteriore di ciascuno coincideva perfettamente con l’interiore, non c’era alcuna distanza tra pensiero e azione, tra ideale e reale.

Il peccato ha rotto questo equilibrio, così che ora l’uomo ha bisogno di coprirsi, sia per difendere la sua anima dall’aggressione del mondo esterno, sia per proteggere gli altri da sé, perché ciò che esce dal suo intimo: “impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza” (Cfr. Mc. 7,21-22) non possa contaminare il mondo.

Il limite maggiore delle tuniche di pelle però è che esse vengono dalla morte, sono fatte con pelli di animali morti, rivestirsi di esse quindi significa rivestirsi di morte. Fintantoché perdura in noi la condizione di peccatori questo rivestirsi di morte è necessario, è necessaria infatti la mortificazione dei nostri istinti negativi, per poter vincere nel combattimento spirituale. La nostra vita ne risulta quindi diminuita, limitata, come direbbe Heidegger non è un essere-per-la-vita, ma un essere-per-la-morte, finché siamo nel male vivere è sopravvivere.

Al tempo stesso però le tuniche di pelle sono un dono di Dio, quindi oltre al loro valore di protezione esprimono in se stesse anche l’aspirazione a un di più che è inscritto nella stessa natura umana

1 Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli. 2Perciò, in questa condizione, noi gemiamo e desideriamo rivestirci della nostra abitazione celeste 3purché siamo trovati vestiti, non nudi. 4In realtà quanti siamo in questa tenda sospiriamo come sotto un peso, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. 5E chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito. (2Cor. 5,1-5)

La promessa apocalittica di una veste nuova, riservata alla sposa, sta in pieno dentro questo giro di idee, era quindi necessaria questa lunga premessa per comprenderla.

Che cos’è la veste nuova? Innanzitutto essa è bianca e luminosa. Il colore bianco nell’Apocalisse, che dedica grande attenzione al valore simbolico dei colori, è simbolo della Risurrezione, mentre il carattere luminoso è simbolo cristologico, alludendo alla Trafigurazione. Rivestirsi di una veste bianca e luminsa significa quindi rivestirsi di Cristo risorto. Se la veste è protezione sarà Cristo risorto il nostro protettore, se la veste è dignità sarà Lui la nostra dignità. Non come se la tunica di pelle fosse sostituita da questa, ma piuttosto assorbita in essa (è il senso del “sopravestiti” paolino).

La veste nuova inoltre è fatta di bisso. Il bisso è un tessuto particolare, una specie di seta ottenuta dalla secrezione di un mollusco, la pinna  nobilis, che ha eccezionali proprietà di leggerezza e luminosità. La sua lavorazione è molto dificile e per questo motivo è da sempre un tessuto preziosissimo, al tempo di Giovanni era riservato esclusivamente agli abiti regali e a certi paramenti liturgici. Dire che la veste nuova è fatta di bisso indica quindi che è una veste regale.

Inoltre le eccezionali proprietà del bisso fanno sì che le vesti così tessute siano di solito semitrasparenti, così mentre la tunica di pelle ha la funzione di coprire la nudità, la veste di bisso sembra volerla mostrare. Non è più necessario infatti all’uomo redento nascondere la sua intimità, perché non c’è più in essa alcuna ombra di male, nell’uomo nuovo c’è piena corrispondenza tra interiorità ed esteriorità, ciò che si vede è.

La Sposa dell’Apocalisse è presentata nell’atto di tessersi da sé la propria veste, che è formata, così è detto, dalle opere di giustizia (dikaioma) dei santi. L’attesa della salvezza non è una passività, è il tempo in cui la fidanzata (nymphé) dell’Agnello, si prepara a diventare la sua gyné, la sua sposa e si prepara appunto tessendo questa veste di giustizia e santità con cui si sopravestirà alla fine dei tempi.

Eppure al tempo stesso la Sposa non si dà la veste da sola, essa le viene data, a sottolineare che le stesse opere di santità che compie la Sposa non le vengono da se stessa, ma dalla Grazia di Dio che fa sì che le possa compiere. Inoltre questa veste è della Sposa, cioè a dire che non è la veste che ciascuno prepara per sé. Se anche uno alla fine della vita si presentasse senza la propria veste di bisso, potrebbe comunque sempre indossare la veste della Sposa, appropriarsi in un certo senso della sua santità e della sua giustizia come se fossero proprie

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Archiviato in Fine dei tempi, Giudizio

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