Il volto della Bestia

Mentre la missione e la ragion d’essere dell’Agnello è l’Incarnazione, il suo avversario, il drago, non può incarnarsi, non può entrare personalmente nella storia. E’ confinato nel mare, simbolo delle forze caotiche, dall’antica maledizione “fin qui giungerai e non oltre e qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde” (Gb. 38,11). Per questo Giovanni dopo aver annunciato che il drago va a fare guerra alla Donna e alla sua stirpe ci dice che si ferma sulla spiaggia, al confine tra il caos e la Creazione. 

Dunque il nemico non può entrare direttamente nella storia, per combattere la Donna Eva/Chiesa/Maria ha bisogno di servirsi di agenti terrestri. Nel racconto dell’Apocalisse ne evoca due: la Bestia-dal-mare, simbolo dell’Impero soprattutto nella sua forza militare, e la Bestia-dalla-terra, simbolo della propaganda, vera forza dell’impero, soprattutto nella religione asservita alla politica.

Sarebbe troppo lungo in questa sede spiegare perché la Bestia è simbolo dell’Impero (e poi permettetemi di lasciarvi qualche curiosità, sennò quando uscirà il libro nessuno lo comprerà 😉 ), ciò che è essenziale invece è chiederci quale è oggi il volto dell’impero. Se infatti, al tempo in cui Giovanni scrive, la Bestia è senza dubbio l’Impero romano, da allora ha assunto diversi volti e diverse forme, pur mantenendo le stesse caratteristiche di fondo.

Cominciamo da una precisazione linguistica: in latino imperium non significa semplicemente il potere o l’autorità, quanto un potere coercitivo (generalmente manu militari) e svincolato da ogni remora, libero da ogni istanza superiore, tale per cui l’imperator dispone letteralmente della vita dei suoi sudditi. Per questo gli imperatori, a partire da Domiziano, pretendono il titolo di “signore e dio”.

Un caso interessante, ad esempio, è quello di Caligola, che (pochi anni prima che Giovanni scriva l’Apocalisse), deluso dal comportamento del generale Claudio in Palestina, gli scrive una lettera ordinandogli di suicidarsi. Per fortuna di Claudio la lettera arrivò dopo la notizia della morte di Caligola, ma la cosa interessante è che nessuno avrebbe contestato l’autorità dell’imperatore di ordinare il suicidio di uno dei suoi sudditi.

L’imperium è essenzialmente antidivino per due ragioni: per la sua natura coercitiva, che viola la dignità dell’uomo e per la sua pretesa di assolutezza, che non sopporta vincoli e remore di alcun tipo. Questo significa che Giovanni non è un anarchico, egli non è contrario all’autorità dello stato in quanto tale. Non ogni stato è la Bestia, perché non ogni stato è Impero. Ogni società umana invece, organizzata secondo questi criteri di autorità, lo diventa. E’ impero uno stato che non riconosce il diritto alla vita, ma lo è anche, ad esempio, un’impresa che obblighi i suoi dipendenti a lavorare di Domenica, costringendoli così a contravvenire ad un precetto della propria fede.

Analizziamo nel dettaglio il testo con cui Giovanni ci presenta la prima Bestia, per cercare di decodificarlo, così da poterlo applicare al nostro tempo:

E vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone (Ap. 13,1-2)

L’ambiguità della sua forma allude in parte alla sua impurità e in parte alla difficoltà di identificarla con certezza: essa è orso, leone e pantera. Forte come un orso, vorace come un leone, agile e sfuggente come una pantera. E’ interessante notare che le corone sono poste non sulle teste, ma sulle corna, ad indicare che il suo potere non viene dalla sua essenza, ma dalla sua forza militare.

Sulle teste sono scritte bestemmie: sette teste, sette bestemmie. Per dire che l’essenza stessa della Bestia è blasfema. Non è nemmeno necessario che pronunci effettivamente bestemmie con la sua bocca, la sua esistenza stessa è una blasfemìa. In altre parole non è necessario che l’Impero emani leggi esplicitamente avverse alla Chiesa o all’Agnello, la sua mera pretesa di essere svincolato da ogni morale, di agire “come se Dio non esistesse”, è in sé una bestemmia e ne fa uno stato antidivino.

Se ogni impero, da quello egiziano a quello sovietico, all’attuale impero mondiale del mercato (la definizione è di Pio XI, lett. enc. “Quadragesimo anno”) ha in sé i medesimi caratteri antidivini ed incarna quindi la Bestia, qual’è oggi il suo volto?

Questa è una domanda fondamentale: lo smascheramento della Bestia è uno degli obiettivi fondamentali dell’Apocalisse ed è un presupposto di ogni resistenza cristiana e di ogni lotta contro il drago. Se nella nostra analisi dell’Apocalisse non ci interrogassimo su questo avremmo mancato lo scopo. Ridurre la nostra lettura ad una dimensione personale, in cui ci preoccupiamo solo del peccato individuale senza coglierne la dimensione sociale e politica, significherebbe mancare il senso stesso del libro.

Oggi assistiamo ad una idolatria pratica del mercato. Come la Bestia dell’Apocalisse anche il mercato si pretende superiore ad ogni altra autorità, svincolato dalla morale, capace di decidere della vita e della morte senza dover rispondere a nessuno.

Scrive ad esempio David Korten (“When corporations rule the world”, Kumarian press 1995): «Nel mondo intero l’ideologia del libero mercato è stata abbracciata con il tipico fervore della religione fondamentalista (…) mettere in discussione la sua dottrina è diventato praticamente un’eresia» tale che chi si azzarda a farlo non viene neppure considerato degno di un serio dibattito o contraddittorio.

Ne sa qualcosa il Santo Padre, che ha provato ad attaccare certi “santuari” del potere economico con l’enciclica “Caritas in Veritate”, che dopo un coro iniziale di ipocrite lodi è pressocché caduta nel dimenticatoio.

Korten elenca così i dogmi di questa nuova religione sociale:

1) La crescita economica è l’unica via verso il progresso umano.

2) I liberi mercati, senza vincoli etici, sono la forma migliore di commercio.

3) La globalizzazione economica è vantaggiosa per tutti.

4) La privatizzazione migliora l’efficienza.

5) Il ruolo fondamentale dei governi è quello di proteggere il diritto di proprietà e la libertà delle imprese.

A questi cinque potremmo aggiungerne un sesto, che oggi si sta facendo strada: l’idolo della moneta unica.

Neppure la lunghissima crisi economica in cui siamo piombati da quatttro anni ha potuto scalfire queste certezze, che proprio nella loro impermeabilità dimostrano il loro carattere “religioso”.

Eppure non possiamo tacere, dobbiamo dire che questa ideologia è in se stessa imperialista e blasfema, esattamente come l’Impero romano, esattamente come la Bestia. La blasfemìa del mercato sta nella sua pretesa di essere svincolato dalla morale avendo come unico orizzonte il profitto. Già nel 1931 Papa Pio XI denunciava questa logica: «Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza» (Quadragesimo anno 107).

Così abbiamo visto che il Capitale è Leone, nella sua voracità, pronto a divorare tutto senza scrupoli. Quando usa la delocalizzazione contro la politica invece diventa Pantera, sfuggente, elusivo, fuori da ogni individuazione, da ogni responsabilità. Quando infine imbraccia le armi, come recentemente in Libia, diventa Orso, aggressivo, violento.

Certo, non è l’economia in sé ad essere perversa. La Bibbia ha generalmente un’alta stima del commercio, che considera una forza di socializzazione e la maggioranza dei primi Cristiani del resto erano mercanti, ma quando il commercio diventa speculazione, quando da mezzo si trasforma in fine le cose cambiano.

La cosa più perversa di questo meccanismo è la sua natura impersonale. Conosco diversi manager di grandi aziende e so che sono personalmente uomini onesti e perfino buoni cristiani. Purtroppo però, a dispetto della loro stessa volontà, si trovano intrappolati in un sistema che è in se stesso iniquo e genera iniquità. Un esempio di questo è nell’evoluzione di organismi nati come fondi di solidarietà, come la Banca Mondiale ad esempio, mutatisi poi nel loro contrario.

Quanto più il capitale si allontana dal lavoro e quindi dal contatto sociale con il territorio, tanto più diminuisce il senso di responsabilità etico degli imprenditori; il solo modo per uscire da questa spirale è innanzitutto abbattere l’idolatria del capitale per poi ristabilire un’alleanza tra capitale e lavoro. Scrive Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco (e consulente del Papa in materia economica): «(Il capitale) non può essere trasformato nel vitello d’oro attorno a cui dovrebbe danzare l’intera umanità. E, soprattutto, il lavoro non può essere subordinato ad esso come un puro fattore di costo. Deve anzi valere il contrario, ossia il principio del primato del lavoro sul capitale» (R. Marx, Il capitale, una critica cristiana alle ragioni del mercato, ed. Rizzoli, Milano 2009, p. 234.). Vale a dire che gli interessi del capitale devono fare un passo indietro quando entrano in conflitto con la dignità umana.

Il libro dell’Apocalisse potrebbe svolgere un ruolo importante nelle nostre comunità cristiane, proprio contribuendo ad abbattere l’idolatria del mercato, a partire da una critica serrata dei simboli di cui essa si nutre. Ogni idolatria infatti ha bisogno di una liturgia per affermare con simboli la propria forza.

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2 commenti

Archiviato in Giudizio, strategie del drago

2 risposte a “Il volto della Bestia

  1. A.A.

    L’articolo mi è piaciuto molto, viene analizzata in maniera molto lucida la realtà nella quale viviamo, realtà che non ha spazio per l’uomo perchè l’obbiettivo è diventato solo di natura economica e l’uomo non ha più chiaro il suo fine perchè accecato dalla pigrizia, dall’egoismo e dalla stupidità. Verso la fine dell’articolo è scritto :” … La cosa più perversa di questo meccanismo è la sua natura impersonale. Conosco diversi manager di grandi aziende e so che sono personalmente uomini onesti e perfino buoni cristiani. Purtroppo però, a dispetto della loro stessa volontà, si trovano intrappolati in un sistema che è in se stesso iniquo e genera iniquità…” sinceramente in queste righe ho letto alcune contraddizioni molto forti. Mi sembrava di aver capito che il buon cristiano e l’uomo onesto è colui che: è in grado di fare delle scelte coerenti tra il modo di agire e quello di pensare; è disposto a fare delle rinunce; è libero di rispettare la sua natura umana. Chi decide di essere a capo o ai vertici di grosse aziende è cosciente che il suo modo onesto di agire è limitato e di conseguenza non è più onesto. ” .. a dispetto della loro stessa volontà si trovano intrappolati in un sistema iniquo ….” non esistono sistemi capaci di intrappolare contro volontà.” La volontà è la facoltà propria dell’uomo di tendere con decisione e piena autonomia alla realizzazione di fini determinati” (vocabolario).
    Perchè continuare a giustificare sempre tutti i comportamenti come se il male fosse del tutto indipendente dalla nostra volontà? Dov’è finita la libertà di scegliere tra il bene e il male?
    Il libro dell’Apocalisse è il punto di partenza per abbattere l’idolatria del mercato ma, a mio avviso, con la sola critica sarà difficile raggiungere risultati concreti perchè la critica è un attività del pensiero, oggi inflazionata, si deve agire con la testimonianza di una vita coerente, semplice, onesta e limitata a quella che è la nostra realtà, una vita cristiana.
    A.A.

  2. La questione della responsabilità individuale in situazioni di questo genere che, parafrasando Giovanni Paolo II, potremmo definire “strutture di peccato”, è estremamente delicata e non può essere trattata con l’accetta.
    Mi sembra che ci sono almeno due ordini di problemi: il primo è relativo appunto all’impersonalità del mercato, che fa sì che il manager non sempre si renda effettivamente conto delle conseguenze etiche della sua azione. Lo stesso David Korten citato nell’articolo, prima di diventarne uno dei maggiori critici è stato per molti anni a capo del FMI.
    Forse non è del tutto senza colpa questo cedere all’inganno, lo giudicherà Dio, però in ogni caso è un’ordine di responsabilità diverso. Ci sono anche in Italia esempi luminosi, come ad esempio quello di Marcello Candia, imprenditore di successo che vende le sue aziende per andare missionario in Brasile, però non mi sento di condannare l’attività imprenditoriale in quanto tale.
    Un imprenditore che reinveste il suo capitale generando lavoro, crea un profitto sociale, non necessariamente disgiunto da un’equa e legittima ricerca di un profitto personale, non soltanto non fa niente di male, ma direi che usa il suo denaro in modo virtuoso. Se, come S. Francesco, desse tutti i suoi beni ai poveri, svendendo le sue aziende, rischierebbe invece di gettare sul lastrico centinaia di famiglie…
    L’altro problema è quello relativo all’eterogenesi dei fini. La Banca Mondiale, ad esempio, nasce nel dopoguerra come fondo di solidarietà per aiutare le economie provate dal conflitto a rimettersi in piedi, quindi nella sua idea iniziale non è affatto una struttura di peccato. Lo diventa nel momento in cui condiziona l’aiuto all’adesione ideologica alla legge del mercato. In questa prospettiva è del tutto ipotizzabile la situazione di un manager (è il percorso dello stesso Korten) che inizialmente partecipa a questi progetti per motivi ideali e solo in un secondo tempo rendendosi conto della perversione della “mission” della sua azienda decida di abbandonarla, ed è altrettanto legittima la posizione di chi invece resta dentro quella medesima azienda cercando però di cambiarla dall’interno.
    Inoltre nell’organigramma di una grande azienda ci sono diversi livelli di responsabilità, è chiaro che la responsabilità di chi siede in consiglio di amministrazione sarà diversa da quella di un manager di medio livello, per i membri del CdA in effetti fatico a concedere le attenuanti esposte qui sopra.

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