L’ira dei poveri

Oggi sono un po’ pigro, vi regalo quindi un’altro estratto dal libro che sta per uscire, ricordando a tutti che la riproduzione di quanto segue è, per ovvii motivi, vietata fino alla pubblicazione del libro medesimo.

Tra le previsioni apocalittiche di Giovanni c’è anche un’invasione militare (Ap. 9,13-19), questo passo non è da intendere in senso simbolico, sia perché l’Eufrate era il confine naturale dell’impero verso est, dove i Romani avevano eretto nel 66 d.C. una linea di fortificazioni difensive contro le scorrerie di cavalleria dei temutissimi Parti, sia perché per la prima volta nel settenario delle trombe viene usato il verbo “uccidere”. Sembra appropriato, d’altronde, che per rendere giustizia a coloro che sono stati immolati sia necessaria un’azione militare che distrugga il potere imperiale nella sua radice.

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Il numero irragionevole dei cavalieri, duecento milioni, mi fa pensare alle enormi masse di migranti che spingono alle nostre frontiere per entrare. Anche l’impero romano, come ogni altro, accumulava alle sue frontiere masse enormi di diseredati, che covavano rabbia, desiderio di vendetta ed invidia, sentendosi esclusi dalla ricchezza e dal benessere.

Giovanni, del resto, non offre alcuna indicazione per identificarli se non quella geografica: essi vengono da fuori, non appartengono all’impero, sono barbari, come con disprezzo li chiamavano i romani (barbaro significa incapace di parlare, sono cioè tutti coloro che non parlano né latino né greco). Egli comprende benissimo che prima o poi questa enorme massa raggiungerà una soglia critica nella sua rabbia e si rivolterà contro l’impero stesso per saccheggiarlo. In quel giorno la semplice proporzione numerica sarà tale che non basterà la forza delle armi a fermare questa folla.

Nel descriverli Giovanni, per moltiplicare il terrore, aggiunge al numero spropositato il dettaglio delle armature e delle cavalcature e la descrizione del flagello che portano, che attraverso la triplice ripetizione di fuoco e zolfo evoca la distruzione di Sodoma e Gomorra, per dire che nulla sopravviverà al passaggio di questo esercito. Non hanno armi in senso stretto, non portano né spade né lance né archi, la loro potenza è nel numero e nella bocca, cioè sono forti solo di ciò che hanno dentro, è la forza della loro rabbia, che come un vulcano esplode a devastare ogni cosa.

Intendiamoci, non c’è nulla nel testo che faccia pensare che Giovanni approvi questa distruzione o che stia in qualche modo dalla parte dei cavalieri, ciò che intende dire piuttosto è l’inevitabilità di questa distruzione, sottolineata dal fatto che la sua data esatta, perfino la sua ora, è già stabilita.

I confini dell’impero

Oggi l’impero si pretende globale, sembra che nessun popolo della terra sia sottratto alla sua influenza e la sua frontiera non è più un confine geografico. Chi sono dunque oggi gli “stranieri all’impero”? Quali sono i confini dove si stanno ammassando le folle dei diseredati? Chi sono i nuovi barbari?

Ci sono in realtà confini, ma non sono scritti e tracciano linee invisibili. A Rio de Janeiro ad esempio ho visto il confine passare al centro di una strada: a sinistra l’impero e i suoi centri commerciali, rassicuranti, gloriosi, a destra la favela e le sue leggi spietate. Così anche nella Roma di oggi ci sono vere isole di miseria e di barbarie nel cuore stesso dell’impero.

Entrando in queste zone sembra di entrare in un altro mondo, un mondo dove la povertà detta le sue leggi terribili e disperate, dove la violenza fa da padrona, e forse a confronto con questa disumanità si può desiderare di rifugiarsi nell’impero e nelle sue sicurezze, ma il discernimento sta nel comprendere che non esisterebbe il centro commerciale senza la favela, la capitale senza le periferie. L’impero, per la sua stessa esistenza, ha bisogno di masse di poveri emarginati da sfruttare e in definitiva il benessere di pochi è costruito sullo sfruttamento di molti.

«Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa e responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana.» (Populorum Progressio 30)

L’ira dei poveri

Di fatto, prima o poi, l’avidità dell’impero porterà i poveri a ribellarsi. È già accaduto ed accadrà ancora, anche se purtroppo, come mostra il libro dell’Apocalisse, liberarsi dell’impero non è così semplice; non si tratta infatti di sbarazzarsi di una delle sue forme storiche, dall’Impero Egiziano a quello Babilonese, dall’impero Romano all’Impero internazionale del denaro, ma di cambiare mentalità, di assumere una logica diversa, in una parola di convertirsi, altrimenti non faremo altro che sostituire una forma imperiale con l’altra, servendo nei fatti sempre lo stesso padrone: il drago.

Giovanni ancora una volta ci avverte: le masse enormi della cavalleria barbarica, ovvero l’ira dei diseredati, di coloro che sono stranieri all’impero, premono alle nostre porte e se l’impero non cambierà prima o poi scateneranno la loro furia

(da “Uscite popolo mio da Babilonia”)

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