Il valore di un segno

Abbiamo già visto che i salvati sono identificati da un sigillo posto sulla loro fronte. Ci sono almeno due antecedenti biblici per comprendere il perché e le motivazioni di questo sigillo: il momento in cui Dio comanda a Mosè di segnare con il sangue dell’Agnello pasquale gli stipiti delle porte del popolo (Es. 12,21-30) e il passo del libro di Ezechiele in cui un uomo viene invitato a segnare un tau sulla fronte di coloro che si sono mantenuti fedeli (Ez. 9,2-4).

Il senso di questo sigillo è duplice, indica da una parte l’appartenenza a Dio e dall’altra il fatto che siamo preservati dal male. Nel primo caso il riferimento all’Esodo ci parla dell’Eucaristia, il momento in cui il sangue dell’Agnello è effuso su di noi, il segno del tau invece per la sua forma non può non richiamare alla mente di un cristiano il segno della croce. San Francesco fu talmente impressionato da questa profezia di Ezechiele da fare del tau il suo segno personale e, come ci racconta il suo primo biografo, da sentirsi spinto a segnarlo su ogni cosa, uomini, case, animali, perché su tutto fosse imposto il segno della salvezza.

Come si vede, sia che Giovanni abbia in mente l’episodio dell’Esodo, sia che si rifaccia alla profezia di Ezechiele, in entrambi i casi l’orizzonte ultimo di questo segno è la croce. E’ la croce il sigillo della nostra appartenenza cristiana, il grande segno che ci identifica per ciò che siamo.

Ogni volta che ci segniamo con il segno della croce, alla fine dei conti, è questo che vogliamo dire: quel gesto indica che siamo contati nel numero dei 144.000, che siamo parte della Chiesa, esprime la nostra identità e la nostra appartenenza. Per questo dovremmo tracciarlo su ogni cosa, sul cibo che mangiamo, sul lavoro che iniziamo, sui nostri figli, sui nostri attrezzi, su tutto ciò che ci definisce e ci appartiene, per dire che in fondo noi stessi non siamo nostri, ma apparteniamo a Colui che ci ha acquistati a caro prezzo.

Siamo abituati ad usare e indossare molti segni, dalle targhette dei nostri abiti firmati, al logo aziendale, all’uniforme professionale, al simbolo del partito e tutti indicano le varie appartenenze che ci definiscono. Viviamo in effetti immersi in un mondo di segni, così tanti che alcuni di essi nemmeno li percepiamo più, eppure questi segni ci parlano e senza che ce ne accorgiamo ci formano e ci condizionano, dovremmo quindi facilmente capire il senso e il valore del segno di croce: sangue dell’Agnello sulla porta della nostra mente e segno di fedeltà sul nostro volto, che ci rende riconoscibili come “i fedeli”.

E invece il segno di quella che dovrebbe essere la nostra prima appartenenza, quella che governa e regola tutte le altre, lo nascondiamo. Abbiamo un curioso pudore di farlo in pubblico, come se ci vergognassimo. Intendiamoci, non voglio invitare all’esibizione della propria fede, anche perché è probabile che nel contesto attuale chi si segna in pubblico attiri su di sé più un sorriso di commiserazione che uno sguardo di ammirazione, quanto alla fierezza, alla consapevolezza di ciò che siamo, non per nostro merito, certo, ma per l’incredibile fortuna che ci è toccata in sorte. In fondo il segno della croce dice anche questo, che la nostra appartenenza e la nostra salvezza l’abbiamo ricevuta in dono.

Dieci e lode a un ragazzo sconosciuto che tempo fa in autobus a una ragazza che gli chiedeva “di che segno sei?” rispondeva “del segno della croce”. L’avrei abbracciato se l’autobus non fosse stato affollato: ecco uno che ha capito tutto e che in una semplice risposta ha condensato quello che cercavo di dire in questo post.

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5 commenti

Archiviato in Resistenza cristiana, strategie dell'Agnello

5 risposte a “Il valore di un segno

  1. Nella mia famiglia c’è sempre stato l’uso di segnarsi quando si partiva per un viaggio. Continuo a farlo. Da che passo due volte al giorno da Loreto, col treno, lì pure ho cominciato a fare lo stesso. Dapprima non sempre, e comunque con qualche imbarazzo; ora mi viene spontaneo. E se si vede qualche altro compagno occasionale di viaggio che sta facendo lo stesso – fa piacere…

  2. Tracciare il segno della croce su ogni cosa… mi ricordo quando mia nonna prima di iniziare a mangiare ‘benediva’ il cibo, quando è andata a fare una delle cure termali e all’infermiera che è tornata dopo un po’ a chiederle come andava ha risposto ‘Ah sì stavo dicendo rosario’.
    Forse il nostro mondo va a rotoli perchè non facciamo questi segni, non li abbiamo dentro di noi.
    Ma il difficile è riuscire a inserire in ogni cosa che facciamo la prospettiva di Dio e della preghiera. Sembra una perdita di tempo invece…

    • Lupus, tu sei innamorata? E se lo sei c’è mai un momento in cui non pensi al tuo uomo? Non il pensiero zuccheroso tipo baci perugina, intendiamoci, ma quel senso di comunanza, di vicinanza continua, che ti fa pensare “noi”, che quando senti una notizia ad esempio ti fa dire “questa devo dirgliela assolutamente”, oppure che ti fa sentire che comunque se lui non c’è manca qualcosa.
      Ecco, se hai mai provato queste cose sai cosa vuol dire pregare, perché pregare è questo, è vivere alla presenza di Dio, sentirlo vicino come ti senti vicino un marito o un fidanzato. A quel punto il gesto di benedizione è solo una conseguenza naturale, scaturisce dal desiderio di riferire a Lui tutto ciò che vivi.

      • Grazie don Fabio, il paragone è chiarissimo, mi succede sempre questo nei confronto del mio ‘moroso’. E’ una cosa che viene naturale, il condividere tutto e il sentirne l’assenza. Mi è molto piàù difficile sentire/non sentire la mancanza di Dio. Nella vita spesso c’è molta aridità, e credo che sia dovuto al fatto che sono lontana da lui, presa spesso dalle cose di tutti i giorni. Forse lui è sempre presente, sono io che non mi metto in contatto e non lo cerco. A quel punto il gesto di benedizione diverrebbe spontaneo. Forse, devo provare a ocndividere più cose con Dio…

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