Lettera a una Chiesa combattente /2

Se gli intellettuali Nicolaiti sono il male di Pergamo la conversione in questo caso consisterà nel tracciare una demarcazione netta, nell’evitare ogni possibile ambiguità e dire una volta per tutte cosa è Chiesa e cosa non lo è. Come vedremo nella lettera alla Chiesa di Tiatira, c’è differenza tra divisione e selezione e a volte una selezione, anche dolorosa, è necessaria proprio per evitare divisioni molto più dannose.

Per questo, di fronte all’inettitudine e alla pavidità dei pastori di Pergamo che non hanno il coraggio di operare questa selezione, il Signore minaccia di intervenire direttamente con la spada della sua bocca, cioè con la potenza della sua Parola.

Forse, in quanto responsbile di un movimento ecclesiale, sono di parte nel dire questo, ma ho la precisa sensazione che questo sia proprio ciò che vediamo accadere oggi: dopo la stagione folle dell’anarchia che ha seguito il Concilio, con l’apparente trionfo dei Nicolaiti, la risposta dello Spirito non è stata un ritorno al passato, in una sorta di archeologia teologica, ma piuttosto il suscitare qualcosa di nuovo, quella che Giovanni Paolo II e lo stesso Ratzinger hanno definito una Nuova Pentecoste, cioè la grande fioritura dei movimenti ecclesiali, ciascuno con la sua specificità, con le sue caratteristiche proprie, ma avendo tutti in comune il rifiuto di una fede intellettuale e una riscoperta del rapporto personale con Dio e un grande amore per la Tradizione ecclesiale più autentica.

I pastori della Chiesa ci hanno messo anni, decenni a volte, a rendersi conto di ciò che il Signore stava suscitando loro malgrado. Non dico che una certa prudenza non fosse necessaria, spesso i movimenti si son fatti prendere all’inizio da una sorta di entusiasmo giovanile, che li ha portati a sbagliare non poco, per fortuna abbiamo avuto pastori saggi che hanno saputo correggere senza spegnere lo Spirito, ciò che voglio dire però è che questa nuova primavera non è stata pianificata e programmata, ma è stata semplicemente una stagione di Grazia.

Al vincitore, cioè a colui che non cede a compromessi, che difende l’integrità della fede senza lasciarsi sedurre dalle sirene imperiali, vengono promesse due cose: un nome nuovo e una manna nascosta.

Nella mistica ebraica il nome, come si sa, dice l’essenza, la missione, la natura di un oggetto o di una persona, così Abram diventa Abraham (padre di molti) e Jacob diventa Israel (il lottatore di Dio), così come Simone diventa Pietro. Ricevere il nome nuovo allora significa che la nostra vera identità, la nostra missione, la nostra natura ci vengono finalmente svelate. Si può passare una vita intera a cercare il proprio vero nome e molti non lo scoprono mai, ma colui che si mantiene fedele nella prova, colui che non cede all’inganno, lo riceverà in dono.

La manna nascosta invece allude ad un’antica legenda ebraica, che narra che Geremia, durante l’assedio di Gerusalemme, riuscì a fuggire portando in salvo l’Arca dell’Alleanza, che conteneva appunto una piccola porzione di manna, per nasconderla fino alla fine dei tempi, quando sarebbe stata rivelata (per inciso è la stessa leggenda a cui fa riferimento il film “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta”). Dunque il dono della Manna nascosta allude al compimento escatologico della vita di colui che è stato fedele, che riceverà da subito la gioia promessa alla fine a tutti i cristiani.

Ma c’è molto di più in questo dono della manna. Non è forse vero che chi sceglie di essere fedele e non cedere alle lusinghe dell’Impero paga la sua scelta con l’isolamento? Amici, colleghi, a volte gli stessi familiari ti voltano le spalle e tu hai la sensazione di addentrarti da solo in un territorio sconosciuto. Bene, il dono della manna sta lì a dire che non sei solo, che nel deserto che è diventata la tua vita il Signore cammina con te, ti nutre, ti sostiene e ti accompagna.

E ancora: non è forse la manna il più trasparente dei simboli eucaristici? Sì, davvero è l’Eucaristia la manna nascosta che ci consente di attraversare senza paura il deserto della fedeltà, che ci rende forti contro le lusinghe e ci ricompensa di ogni amarezza subita per non cedere al compromesso! Non per nulla è detta “pane dei forti”, pane dei vincitori, di coloro cioè che combattono, che non cedono, che scelgono di resistere ad ogni seduzione, a qualsiasi costo.

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7 commenti

Archiviato in lettere alle sette Chiese

7 risposte a “Lettera a una Chiesa combattente /2

  1. A.A.

    Le premetto che non sono una studiosa ma leggo con avido interesse i suoi articoli perchè sono spunto di profonda riflessione.
    La parte finale dell’articolo “Lettera a una Chiesa combattente” mi ha particolarmente coinvolta e nello stesso tempo ha generato alcune domande :
    1) La scelta di vivere al di fuori dell’inganno è una scelta libera che tutti possiamo fare? Ci si arriva attraverso una scelta razionale (percorso di studio) oppure è una scelta irrazionale (dettata dal cuore)? Si può essere educatori verso tale scelta (ad esempio con la testimonianza della propria vita)?
    2) Scegliere di vivere fuori l’inganno è umanamente faticoso … amici, colleghi, a volte gli stessi familiari ti voltano le spalle e tu hai la sensazione di addentrarti da solo in un territorio sconosciuto … l’insegnamento verso l’ umano, al quale siamo stati abituati, non fa altro che aumentare l’isolamento di chi è fedele. Perchè l’Eucarestia non nutre tutti ?

    Grazie e buona giornata.

    • Neppure io sono uno studioso, oh bhe, studio molto, ma non sono un accademico né un biblista, figurati che all’università ho studiato Filosofia e Teologia Morale. Però poi mi sono innamorato della Bibbia e del libro dell’Apocalisse in particolare e mi son buttato a studiarlo con tutte le forze. Considerami un po’ un Piero Angela della Sacra Scrittura, un divulgatore, non uno scienziato.
      1) la scelta di vivere fuori dall’inganno può avere diverse motivazioni, oltre alla fede naturalmente può nascere anche dal disgusto per una vita che si percepisce giustamente come disumana o dalla rabbia in chi capisce di essere stato manipolato per tanto tempo o da altri fattori che non mi vengono in mente adesso 😉 Generalmente all’inizio c’è un’intuizione, una sorta di illuminazione, a cui poi dovrebbe far seguito un periodo di riflessione per comprendere quali sono i legami che ci trattengono in schiavitù ed analizzarne bene le cause interiori ed esteriori. L’educazione è fondamentale, perché solo attraverso l’educazione alla bellezza alla bontà e alla verità si può arrivare a percepire lo schifo, la crudeltà e la menzogna in cui siamo immersi.
      2) la tua seconda domanda è meno chiara, nel senso che non capisco se il problema è che tu fai la comunione, ma non hai la percezione della sua forza di salvezza, oppure se sei in una condizione soggettiva che ti tiene lontana dall’Eucaristia. per favore riformulala, così posso risponderti meglio

      • A.A.

        La percezione che l’Eucarestia è forza di salvezza mi è molto chiara da diverso tempo, la consapevolezza l’ho avuta leggendo l’articolo. Ciò mi ha stupita molto ma non è la prima volta che leggendo un Suo articolo mi risulta evidente e semplice ciò che poco prima era annebiato e contorto.
        La domanda è : perchè la nostra società non ha ancora imparato a nutrisi in modo corretto? Al di là degli errori fatti possibile che ancora non si riesca ad andare avanti?
        Grazie e buona settimana
        A.A.

  2. E’ vero, è fonte di quotidiano stupore il fatto che gli uomini preferiscano intestardirsi a soffrire piuttosto che volgersi alla luce…
    E’ il mistero della libertà, presumo

  3. A.A.

    Mi scuso se Le scrivo utilizzando lo spazio riservato al commento dell’articolo “Lettera ad una Chiesa combattente” ma avevo bisogno di porLe alcune domande che mi sono fatta a seguito della lezione che ha tenuto ieri pomeriggio a Roma. L’immagine sopra riportata è occupata da tre quarti dal deserto, uno degli argomenti che ieri ha analizzato.
    Nella lezione diversi sono stati gli spunti di riflessione.
    Un momento della lezione che mi ha dato motivo di riflessione è stato quando ha fatto il confronto tra la città costruita con mattoni e quella costruita con la pietra. Ci ha fatto notare che la differenza tra il mattone e la pietra è che i mattoni sono tutti uguali mentre le pietre sono uniche. Mentre Lei parlava ho riflettuto sul fatto che ci sono altre differenze sostanziali tra il mattone e la pietra e che forse tutte andrebbero prese in considerazione:
    1) il mattone è opera dell’uomo, la pietra no; per realizzare il mattone vengono utilizzate materie prime che sono appositamente scelte dall’uomo in base a criteri di costruzione scientifici (resistenza, giusto dosaggio dei materiali, procedimento di lavorazione…). Il processo di realizzazione della pietra è naturale, l’uomo si limita a scegliere la pietra che meglio si adatta ai suoi scopi.
    2) La vita del mattone è limitata. Il mattone nel tempo se non viene accuratamente conservato si sbriciola (pompei, mura aureliane…). La corrosione che la gli agenti atmosferici e gli eventi catastrofici naturali hanno sui mattoni è molto più devastante che sulla pietra.
    3) Il mattone proprio per la sua natura artificiale è un inganno la pietra no.
    Mentre tornavo a casa avevo l’immagine di una città realizzata con mura di diamanti, 12 porte e pietre preziose, una città sfavillante di bellezza e ricchezza, discreta,non volgare, una città pura, positiva, libera sicura della sua essenza umana. Mi ha però colpita quando ha detto”…. noi siamo le pietre preziose…. uniche…. con un posto preciso… un valore unico….” nonostante avessi già sentito queste parole mi sono posta delle domande: noi siamo le pietre preziose ma come si formano le pietre? Hanno un evoluzione o nascono già formate? Le pietre all’inizio sono potenzialmente tutte uguali e poi è la realtà contingente che le forgia e le rende più o meno preziose? Qual’è il ruolo dell’uomo nel dare il valore allle pietre? Il termine pietra preziosa contestualizzato al momento storico in cui la Bibbia è stata scritta aveva un suo significato preciso. Oggi come dobbiamo interpretarlo? Noi, oggi, il termine pietra preziosa lo cogliamo ancora nella sua essenza di pregio, valore notevole sottolineato dalla rarità oppure gli diamo solo un essenza ecomonica?
    Grazie
    A.A.

    • La contrapposizione tra pietre e mattoni non è mia. Come dicevo anche nella conferenza, l’ho desunta dal Talmud, che è la raccolta dei commenti rabbinici alla Torah, cioè ai primi cinque libri della Scrittura. Questo non vieta di ampliare l’immagine come hai fatto tu (anche il Talmud del resto è un work in progress) e le tue riflessioni senz’altro “ci possono stare”, come si dice a Roma. In particolare mi piace la contrapposizione tra il mattone artificiale e la pietra naturale.
      Nel contesto dell’Apocalisse la caratteristica delle pietre preziose che più interessa Giovanni non è il loro valore economico, ma la loro proprietà di riflettere la luce, come a dire che ciò che ci rende preziosi è la capacità di riflettere nella nostra vita la luce che è Cristo.

  4. Daniele

    Dio ti benedica!

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