Lettera ad una Chiesa sofferente /2

Non c’è dubbio che il filosofo che ha esercitato una maggiore influenza sulla nostra società e anche sulla nostra visione del Cristianesimo e della Chiesa sia I. Kant. Anche se pochissimi hanno letto la sua “Critica della ragion pratica” i suoi principi sono di fatto alla base del modo comune di sentire e di ragionare e della, chiamiamola così, “morale comune”. Questo, nonostante le apparenze, c’entra molto con questa lettera alla Chiesa di Smirne.

Giovanni infatti promette al vincitore, cioè a Colui che sarà fedele fino alla fine, che non sarà colpito dalla seconda morte. Cosa vuol dire? e in che senso questa promessa può essere affascinante per noi?

Se è abbastanza chiaro, almeno al lettore cristiano, cosa sia la seconda morte, non è forse così trasparente invece qual’è la prima morte. La prima morte infatti non è la morte fisica, ma piuttosto la “morte” sperimentata nel Battesimo, in cui il cristiano ha “crocefisso l’uomo vecchio” (Cfr. Rom. 6,6), la morte fisica infatti per il cristiano non è affatto una morte, ma piuttosto una nascita, un’apertura verso il cielo, un evento quindi da sospirare ed attendere più che da temere (cfr. 2Cor. 5,4).

La seconda morte allora sarà la stessa morte fisica, privata però del suo slancio verso il cielo, della sua apertura all’infinito. In altre parole lo stesso evento, cioè la morte del corpo, può essere una nascita se vissuto nella fedeltà all’amore (come lo vive il vincitore) oppure un aborto se vissuto nel disperato tentativo di salvare se stessi senza perdersi, nel vigliacco rifiuto di darsi.

Il cristiano apocalittico sa che nel Battesimo tutti i suoi peccati sono stati cancellati, sa che grazie al Battesimo è stato saldamente unito a Cristo e reso partecipe della sua stessa vita e vive quindi nel timore di perdere questa Grazia. Se dovesse perderla infatti, non essendo ancora stata stabilita nella Chiesa l’attuale prassi penitenziale, non avrebbe modo di ricuperarla. Nel fuoco del martirio però ogni peccato viene perdonato. Il vincitore, cioè colui che muore per amore, non morirà affatto, ma la sua morte sarà un ingresso nella Vita, un passaggio di gioia in gioia. Come una sorta di Battesimo di sangue il martirio restituisce tutta la Grazia perduta, ecco perché si va al martirio cantando, come si va ad una festa, perché la morte anziché morte seconda sarà la definitiva nascita.

Torniamo ora a Kant. Il suo sforzo di separare la morale dalla fede ha prodotto infatti una sorta di mostro: ci ha convinto tutti che se dobbiamo fare il bene anziché il male non è in attesa di una retribuzione finale (anzi, questo atteggiamento viene da lui etichettato alla fin fine come una forma di egoismo), ma in obbedienza a ciò che lui chiama “imperativo categorico” che è poi la struttura stesa della nostra coscienza.

Intendiamoci, meglio l’imperativo categorico, che almeno presuppone una morale naturale, della placida ed opportunista mancanza  di scrupoli che caratterizza il nostro tempo. E però anche la morale dell’imperativo categorico ha in realtà il fiato corto, perché sottintende che la vita umana alla fine dei conti sia solo dovere dovere dovere, senza lasciare alcuno spazio alla mera felicità di compiere il bene, quella felicità che dal punto di vista kantiano è inutile e perfino sospetta, mentre dal punto di vista giovanneo è piuttosto la “corona della vita”, l’anticipazione gioiosa del premio che attende Colui che ha saputo “vivere davvero”.

Tutti noi siamo stati avvelenati da Kant e credo che sia questo il motivo ultimo per cui così poco oggi si sente parlare del Paradiso e dell’Inferno nella predicazione cattolica. Abbiamo paura di scivolare nella morale della Retribuzione, ma dimentichiamo in questo modo di ricordare ai nostri cristiani che la vita non si esaurisce tutta in questo combattimento che sperimentiamo oggi, che alla fine dei conti camminiamo verso un compimento che è davanti a noi e che i gesti che facciamo hanno un peso determinante nel raggiungere o fallire quell’obiettivo che compie il senso stesso della nostra esistenza.

Il problema è che la morale kantiana è del tutto insufficiente a fondare il martirio, se Asia Bibi sopporta il carcere e la continua minaccia per la sua vita, se don Andrea Santoro, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte, ha affrontato con amore (come sembra risultare dalla ricostruzione dell’omicidio) il suo stesso aggressore non è stato per obbedire ad un imperativo categorico, ma per non mancare l’obiettivo, per congiungersi allo Sposo, al Primo Martire, a Colui che ci ha preceduto su questa via, come scrivevamo nel post precedente.

La morale kantiana alla fine dei conti è una morale del quieto vivere, da piccolo borghesi metodici, non da eroi, che gettano volentieri via se stessi in nome di qualcosa di più grande, come ciò che vorremmo essere.

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Archiviato in Giudizio, lettere alle sette Chiese, Resistenza cristiana

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