Lettera a una Chiesa sofferente /1

Ci sono solo lodi per la Chiesa di Smirne, piccola e perseguitata, eppure queste lodi tradiscono una preoccupazione, come se il Signore lodandone la forza e il coraggio li mettesse allo stesso tempo in guardia contro la Paura. Se il problema di Efeso era la mancanza d’amore, per Smirne invece è il rischio di cedere all’intimidazione:

«Così parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita. Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – eppure sei ricco – e la bestemmia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma sono sinagoga di Satana. Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita. 1Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte». (Ap. 2,8-11)

Abbiamo notizia di una grande comunità giudaica a Smirne già prima di Cristo. E’ probabile che proprio la coesistenza con una Sinagoga così forte abbia provocato qualche tumulto in città, costringendo il magistrato locale a prendere provvedimenti. Così la persecuzione a cui accenna la lettera è probabilmente motivata dalla volontà di favorire una potente lobby.

A questa Chiesa perseguitata il Signore si presenta come Colui che governa la Storia (il Primo e l’ultimo) e come Colui che attraverso la sofferenza ha vinto il mondo (morto e tornato alla vita). In questo modo intende da subito rassicurarla e infatti la prima cosa che dice a questa Chiesa è “non temere!”.

Viene in mente la prima enciclica di S.S. Giovanni Paolo II, la Redemptor Hominis, come anche il suo primo discorso con quella formidabile esortazione a non temere. Oggi noi sappiamo che quella meravigliosa enciclica su Gesù cristo, “centro del cosmo e della storia”, era stata scritta soprattutto avendo in mente le Chiese perseguitate dell’Est europeo. La logica di Giovanni è la medesima: se Gesù è il Primo e l’Ultimo, se è il centro del cosmo e della storia, allora tutto ciò che accade, compresa la persecuzione che ci fa soffrire, in ultima analisi serve il Suo progetto.

Quando poi dice a Smirne “conosco la tua tribolazione” il Signore parla per esperienza, Lui che non ha scansato nessuna delle pene della persecuzione, dalla calunnia all’esilio alla tortura alla morte. Esprime in questo modo una vicinanza che non è solo di conoscenza intellettuale, ma esistenziale, emotiva affettiva: è come se dicesse agli Smirnioti “soffrendo per il Vangelo voi siete in modo specialissimo in comunione con me”.

E’ troppo facile dire “coraggio” a chi soffre, così come dire “non soffrirai più” è una pia bugia, nel migliore dei casi ha il valore di una facile consolazione, che infatti in genere non è presa troppo sul serio. Tutt’altra cosa invece è dire “Gesù Cristo ha sofferto come te e con te, è Lui il senso segreto del tuo dolore”, se c’è una cosa che rende il dolore insopportabile infatti è la mancanza di senso, invece unendolo al suo il Signore dà un senso alla tribolazione degli Smirnioti e ne fa il materiale di costruzione del Regno di Dio, li associa così alla sua opera di Redenzione, li fa suoi collaboratori.

Inoltre in questo modo depotenzia l’arma più forte della persecuzione. Come in una sorta di mobbing infatti la strategia di ogni persecutore è quella di far credere al perseguitato di essere solo e abbandonato e che la sua condizione durerà per sempre. La semplice affermazione di Gesù invece riapre alla speranza: il tuo dolore ha senso, non solo è l’elemento centrale della Vittoria del Vangelo!

La blasphemìa di cui sono vittima i cristiani da parte della Sinagoga va probabilmente intesa nel senso di calunnia più che di bestemmia (entrambi i sensi sono possibili in Greco), perché questo era il modo con cui ordinariamente i Giudei perseguitavano i cristiani, montando contro di loro false accuse di fronte ai magistrati romani. La calunnia è spesso l’inizio della persecuzione, così nel caso di Asia Bibi ad esempio e così purtroppo molte volte anche nella nostra Europa (non più) cristiana. Questo può farci sentire vicini alla Chiesa di Smirne.

In questi momenti la lode e l’incoraggiamento possono risultare determinanti per ritrovare le forze e prolungare la resistenza. Anche in questo si vede l’importanza di essere Chiesa per resistere alla pressione dell’impero. Quando ci si ritrova ad essere accusati a motivo della fede dai colleghi, a volte perfino dai familiari, quando il peso di conservare la diversità cristiana dei nostri comportamenti si fa sentire, quanto è importante avere accanto una comunità di uomini e donne, fratelli nella tribolazione, che ci ricordano il perché della nostra fatica! Da soli contro l’Impero non siamo niente, ma se abbiamo alle spalle una comunità la Resistenza diventa più facile. E d’altra parte che terribile responsabilità portano quei nostri fratelli che, perfino in buona fede, cercano di mantenere una neutralità, come se si potesse restare equidistanti tra il lupo e l’agnello, come se non schierarsi in questo campo non fosse già complicità!

E che dolore vedere la vigliaccheria e il compromesso usare il nobile linguaggio dell’unità e del dialogo, fino a rendere parolacce quelle stesse parole per cui i nostri Padri hanno versato il sangue!

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1 Commento

Archiviato in Chiesa-Gerusalemme, lettere alle sette Chiese

Una risposta a “Lettera a una Chiesa sofferente /1

  1. Chissà com’è che una Sakineh, incarcerata per omicidio, muove gli intellettuali nostrani e una Asia Bibi, incarcerata perché cristiana, non muove gli stessi neanche per caso?

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