Le due città della pace

Per Giovanni Gerusalemme è un luogo del cuore più che una città reale. Quando scrive l’Apocalisse il tempio è già stato raso al suolo da almeno vent’anni e il pugno di ferro di Roma opprime la Città Santa, e ancor di più è la città che ha rifiutato ed ucciso il Signore, eppure quando vuole immaginare la Città di Dio è là che torna, è ancora quello il paradigma che ci presenta.

Sempre torneremo a Gerusalemme, perché in un certo senso Gerusalemme è il sacramento dell’Emmanuele, della presenza di Dio in mezzo al suo Popolo. Come dicono gli Ebrei è il luogo della Shekinah, dove la gloria di Dio risiede stabilmente e si lascia incontrare. Per questo amo in modo speciale questa immagine, in cui la Città sembra quasi appoggiarsi all’altare, come se essa stessa fosse un’Eucaristia.

Gerusalemme è la madre, il principio, la fonte da cui sgorga la consolazione. Si torna a Gerusalemme per essere consolati sulle ginocchia della madre. Gustare questa consolazione appare oggi difficile, la “città della pace”, non ha mai conosciuto la pace. Lungo tutta la sua storia quadrimillenaria è stata teatro di continui conflitti: 50 volte assediata, 22 volte distrutta e ricostruita, l’ultima dagli stessi Ebrei nella guerra dei sei giorni, eppure rimane la città della consolazione.

Esistono nel mondo due sole città: Babilonia e Gerusalemme. La città della corruzione e quella della consolazione.

Babilonia, che nel corso della storia si è data molti nomi, è la città degli uomini che vogliono farsi un nome da sé (cfr. Gen. 11,4), che chiedono a se stessi la definizione della propria identità. Babilonia è il simbolo di ogni umanesimo concepito a prescindere da Dio e dal senso che Egli ha dato al creato. Babilonia cresce in altezza e in larghezza, è la città delle conquiste, è la città che aggredisce lo spazio per sottometterlo. In un midrash rabbinico si narra che durante la costruzione di Babilonia si facevano grandi lutti per la caduta e la rottura di un mattone, mentre se a cadere era un operaio il lavoro continuava nell’indifferenza. Babilonia (come dicono di New York) è la città in cui non si riposa mai, è il luogo dove il lavoro, privato del suo compimento naturale che è il riposo sabbatico, è pervertito in schiavitù perché la città stessa è più importante dei suoi abitanti.

Gerusalemme invece è molto più piccola, cresce in profondità, in ciò che non è visibile. Gerusalemme è la città che Dio ha costruito agli uomini e che essi ricevono come dono dall’alto, è la città che scende dal cielo (Ap. 21,10) in cui gli uomini ricevono il loro nome da Dio, invece che darselo da soli. Per questo chi viene a Gerusalemme deve imparare l’umiltà se vuole comprenderla, come è necessario piegarsi per passare attraverso il minuscolo ingresso della basilica della Natività, concepito per costringere ad inchinarsi chi vi entra. E chi vi entra entra nel Riposo, perché sperimenta quella condizione in cui lo stesso lavoro è riposo, perché non è più alienazione, ma, se mi è consentito il neologismo, seizzazione: subcreazione di sè. Gerusalemme ama i suoi abitanti vive per essi e ad essi si dona.

Eppure, come nella Gerusalemme storica, così nella Chiesa le due città sembrano coesistere. Il nome stesso, Yeru-shallaim, in ebraico ha forma duale, propriamente si dovrebbe tradurre “le due città della pace”. La Gerusalemme di oggi e la Chiesa sono città doppie, ad un tempo Gerusalemme e Babilonia. E tuttavia proprio da questa lotta scaturisce la consolazione.

Gerusalemme è la città della Parola, qui come in nessun altro luogo al mondo le parole pesano come il ferro, qui uomini e donne si uccidono ogni giorno per amore delle parole, questo accade perché qui la Parola di Dio diventa parola di uomini, diventa cultura, gesti, vita vissuta, diventa carne nell’uomo Gesù di Nazareth e in tutti quelli che credono in Lui (Cfr. Gv. 1,14). Questo non può accadere se non nella lotta (nel travaglio del parto dice Gv. 16,21) ed è in fondo logico che la lotta sia più dura là dove l’Incarnazione ha il suo centro di irradiazione.

Quando la Chiesa diventa autoreferenziale e cerca la sua gloria più che quella del suo Sposo, quando vuole conquistare e convincere più che testimoniare, quando i mattoni che le danno forma contano più delle persone che la abitano, quando la fede si rovescia in un’ideologia essa è Babilonia eppure anche allora, anche nel suo peccato, è la culla in cui la Parola prende carne e proprio mentre nei fatti rifiuta di sottomettersi allo Sposo su un altro piano già accoglie la Città Santa come un dono.

Per questo è necessario un intervento angelico perché Giovanni possa vedere la Città che scende dall’alto (Ap. 21,9), perché lo sguardo umano non è sufficiente a vederla. Se guardiamo a Gerusalemme con occhi umani vediamo la lotta terribile che si combatte tra le sue mura e le mani insanguinate dei religiosi di tutte le fedi che la abitano, ma se invece ci lasciamo aprire gli occhi allora in mezzo a questa lotta e a questo sangue vediamo scendere immacolata la Sposa. Così se guardiamo alla Chiesa forse possiamo cedere alla tentazione di vedere in essa solo trame politiche e lotta per il potere, è necessario uno sguardo nuovo per vederne la realtà più intima che pure sta già accadendo.

Sì, Gerusalemme (e la Chiesa che essa rappresenta) resta la città della consolazione, ma non per coloro che cercano una consolazione già pronta, una pace già fatta, senza la nostra partecipazione: la città donata dall’alto consiste anche in questo, nel dono della lotta, della Parola che lotta in noi per costruire la pace in noi stessi e intorno a noi ogni giorno.

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