La compagnia dell’agnello (parte prima)

L’Agnello non è solo nella sua lotta contro il drago, perché mentre il male non tollera compagni o alleati, ma semmai complici e sottoposti, l’amore al contrario cerca continuamente di associarsi ad altri. Questo è uno degli aspetti del Cristianesimo che mi piace di più: Dio non ci salva senza di noi, ma domanda la nostra collaborazione per la redenzione del mondo. Non che sia necessaria, intendiamoci, saranno due centesimi che si perdono nell’ammontare globale del debito cosmico, ma sono i MIEI due centesimi e danno senso alla mia vita.

Così l’Agnello non combatte da solo, ma ha dei compagni, compagni che tuttavia non sono raffigurati in armi. Dopo aver descritto le due bestie (che rappresentano l’impero e la sua propaganda) Giovanni infatti ci mostra l’Agnello circondato dai suoi compagni con queste parole:

E vidi: ecco l’Agnello in piedi sul monte Sion, e insieme a lui centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. E udii una voce che veniva dal cielo, (…) Essi cantano come un canto nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e agli anziani. E nessuno poteva comprendere quel canto se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra. Sono coloro che non si sono contaminati con donne; sono vergini infatti, e seguono l’Agnello dovunque vada. Questi sono stati redenti tra gli uomini come primizia per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca: sono senza macchia (Ap. 14, 1-5)

Anche questi come si vede portano un nome sulla fronte, ma come detto altrove non è un karagma, cioè un marchio, ma piuttosto uno sfraghis, un sigillo, indica quindi appartenenza, ma non al modo dello schiavo, ma piuttosto dell’amore, come dice la sposa nel Cantico dei Cantici “mettimi come un sigillo sul tuo braccio” (Ct. 8,6). Sono centoquarantaquattromila, un numero evidentemente simbolico, non per dire che in Paradiso c’è il numero chiuso, ma per dire che i salvati sono le dodici tribù di Israele moltiplicate per i dodici apostoli (cioè la Chiesa) ed elevati a moltitudine (il numero mille), per cui 12x12x1000 = 144.000

Questi sono i redenti della terra, ovvero i cristiani, la loro descrizione è quindi cruciale, perché ci presenta il modello di ciò che noi dovremmo essere se vogliamo entrare in quel numero. Cerchiamo perciò di comprendere gli elementi di questa descrizione.

Innanzitutto sono ritti in piedi, cioè non prostrati davanti alla Bestia. Il loro è uno stare in piedi che dice stabilità e fermezza, che non cede e non arretra. E sono in piedi sul monte Sion, cioè lì dove sorge il tempio di Gerusalemme, nel luogo dove la terra incontra il cielo, dove si celebra la liturgia divina.

Tutto il contesto è liturgico, infatti i 144.000 sono i soli in grado di comprendere il canto degli angeli, il coro che celebra le lodi di Dio davanti al suo trono. Appunto perché liberi intendono la lingua del cielo, incomprensibile per la Bestia ed i suoi schiavi. Gli abitanti-della-terra non possono comprendere le cose del cielo, i riscattati invece sanno parlare entrambe le lingue. Ancora ricordano la lingua della loro schiavitù, sebbene non appartenga più loro, ma già ne parlano un’altra, quella degli uomini liberi, dei cittadini del cielo. Siamo ancora sulla terra, siamo ancora nel combattimento e nella prova, ma già possiamo comprendere il canto degli angeli ed unirci a loro nella liturgia, già vediamo la fine della storia e possiamo unirci al canto di gloria per la vittoria dell’Agnello.

Un altro elemento che colpisce nella descrizione dei 144.000 è la loro verginità, ed è in effetti una questione su cui esistono quasi tante opinioni quanti sono gli interpreti dell’Apocalisse. Da una parte buone ragioni si oppongono al considerare questa verginità in senso fisico, perché i 144.000 non sono una parte selezionata del Popolo di Dio, come sarebbe se si riferisse ai soli vergini, inoltre l’intendere in senso letterale il “non contaminarsi con donne” porterebbe ad una svalutazione del matrimonio che è contraddittoria rispetto all’impianto generale dell’Apocalisse, che fa del matrimonio tra la Chiesa e l’Agnello addirittura il vertice della Rivelazione e soprattutto porterebbe ad escludere completamente dal numero dei salvati le donne, come se i soli a potersi salvare fossero i maschi celibi. D’altra parte però la crudezza dell’espressione “contaminarsi con donne” difficilmente si presta ad una interpretazione simbolica o allegorica. Come risolvere questa contraddizione? Procediamo per gradi

L’espressione “contaminarsi con donne” ha di solito nella Bibbia un senso tecnico ed indica la purezza rituale. In Israele, come in tutto il mondo greco-romano, l’astinenza sessuale era una condizione necessaria del culto. Non c’era l’idea di una verginità permanente, ma il sacerdote che aveva avuto rapporti sessuali prima di offrire un sacrificio doveva purificarsi. Dicendo che i 144.000 non si sono contaminati con donne, quindi, Giovanni non intende esprimere un giudizio morale sulla sessualità, ma semplicemente dire che essi sono sacerdoti pronti per il culto.

Ma Giovanni va oltre questo ed agiunge esplicitamente che i 144.000 sono vergini, la loro purità quindi non è da intendere come una condizione temporanea, come per i sacerdoti ebrei o romani, ma permanente. Per capire questo dato bisogna rendersi conto che il sacerdozio cristiano, così come è presentato ad esempio nella lettera agli Ebrei, è cosa completamente diversa dal sacerdozio ebraico. Il vero culto cristiano è la liturgia della vita, come il vero sacrificio è l’offerta di sé, in questo senso quindi il cristiano, ogni cristiano, è un sacerdote sempre pronto a celebrare il culto, che trova nel martirio il suo vertice più alto.

Si comprende allora la necessità della verginità, perché il culto non è più limitato a pochi momenti circoscritti, ma diventa l’espressione di tutta la vita. Va da sé però che a questo punto la verginità è da intendere in senso figurato, a meno di non voler cadere nell’errore dei montanisti, che vietavano il matrimonio, considerandolo intrinsecamente impuro.

La verginità quindi è una purezza dell’intenzione, più che del gesto non solo del corpo, quanto del cuore e dell’anima e che riguarda tanto gli sposati quanto i celibi: è quella virtù che la tradizione cristiana chiama castità, che non è affatto sinonimo di astinenza, ma indica piuttosto un’attività sessuale interamente purificata dall’egoismo e vissuta come dono di sé. E’ questa la condizione che consente di “camminare davanti a Dio” e di “seguire l’Agnello dovunque vada”, trasformando ogni gesto e respiro in un inno di lode, in una liturgia permanente, vivendo ogni istante della giornata alla presenza di Dio.

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8 commenti

Archiviato in Chiesa-Gerusalemme, Resistenza cristiana, strategie dell'Agnello

8 risposte a “La compagnia dell’agnello (parte prima)

  1. vincenzo

    Giovanni 17:21

    “perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.”

  2. 61Angeloextralarge

    Stampo e me lo porto in Cappellina! Carissimo don Fabio, mi stai aiutando molto nella preghiera personale: grazie1

    • Non hai idea di quanto piacere mi faccia il fatto che tu preghi usando i miei scritti, è la sola vera gratificazione che cerco, essere di aiuto alla preghiera di qualcuno!

  3. 61Angeloextralarge

    Quando uscirà il libro, mi porterò dietro anche quello!
    N.B.: ho risposto solo stamattina ai tuoi ultimi commenti di ieri sul post di Paolo “Le radici profonde non gelano mai”.

  4. 61Angeloextralarge

    Sono un’imbranata! Come faccio ad inviarti una mail, che non compaia tra i commenti?

  5. 61Angeloextra

    Penso proprio di no! Anche i post me li riporto dietro tutti: sono un po’ come un romanzo a puntate. Il libro lo riempirò di segni e di post-it (comprensibili solo a me) e ogni volta che troverò “nella mia testa” il chiarimento cercato, tornerò a cercarli e penserò: “Che bello! Grazie, Gesù!”.

  6. Pingback: Il valore di un segno | Uscite, popolo mio, da Babilonia

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