La voce dello sposo

L’articolo che pubblico oggi riprende una conferenza che ho tenuto due anni fa al convegno nazionale dell’associazione “Famiglie separate cristiane” risente quindi in parte della circostanza, credo però che possa essere interessante per tutti.

Nell’Apocalisse troviamo una pagina di rara potenza espressiva: “Un angelo possente prese allora una grande pietra, grande come una macina, e la gettò nel mare esclamando: Con questa violenza sarà distrutta Babilonia, la grande città, e nessuno più la troverà. Il suono dei musicisti (…) non si udrà più in te, (…) il rumore della macina non si udrà più in te; la luce della lampada non brillerà più in te; la voce dello sposo e della sposa non di udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra e tutte le nazioni dalle tue droghe furono sedotte” (Ap. 18,21-23).

Fa parte della lunga sentenza pronunciata da Dio contro Babilonia, la città simbolo di ciò che diventa una società umana senza Dio. In questo senso va detto subito che la sentenza non intende tanto esprimere una punizione da parte di Dio, quanto piuttosto che la città iniqua raccoglie il frutto della sua iniquità, nel senso che essa si attira da sola i suoi disastri.

Così è interessante notare in questo passo che i mali annunciati sono tutti frutto della rottura del legame di comunione che è alla base del vivere sociale: la musica è simbolo di festa, ma è anche azione di insieme, il lavoro della mola è un tipico lavoro di coppia (ci vogliono due uomini per farla girare), la lampada si spegne perché nessuno la ricarica di olio, il matrimonio finisce…

E perché accade tutto questo? Perché è spezzato il legame sociale? Perché “i tuoi mercanti sono i grandi della terra”. Quando i grandi di una società non sono poeti ed eroi, santi o statisti, ma piuttosto mercanti, questa è la conseguenza. Se il mercato governa la società, la società muore. Mi piacerebbe qui poter citare la “Caritas in Veritate”, che ha lunghi capitoli dedicati alla critica di un capitalismo selvaggio, che mette il profitto al di sopra della società e quindi della persona, ma non sono un economista e non credo che sia questa la giusta sede per un discorso di questo genere, per quanto affascinante, mi limito a notare come il libro dell’Apocalisse preconizza il fenomeno del divorzio come icona di una società il cui dio è il capitale.

Il fallimento della nostra pastorale matrimoniale, la crisi apparentemente irreversibile in cui sembra precipitare la famiglia fondata sul modello cristiano è una conseguenza logica dell’essere in Babilonia, la città dove non è più possibile la comunione, strangolata dal mercato, dove non si ode più la voce dello sposo e della sposa, quella voce che Geremia chiama la voce allegra e gioiosa (Ger. 7,34).

Come cristiani che vivono in Babilonia questo deve portarci invece ad una domanda: è possibile far risuonare ancora la voce dello sposo e della sposa in questa città? E per voi, che avete subito nella vostra carne la rottura di questo vincolo, per voi che Babilonia ha già stritolato nella sua macina che distrugge la comunione, quale speranza è possibile ancora? Potrete ancora udire la voce dello sposo e della sposa?

Dopo il giudizio di Dio, una volta che Babilonia è stata precipitata, quando finalmente appare la nuova città degli uomini, la Gerusalemme che scende dal cielo, donata da Dio, si torna a sentire la voce allegra e la voce gioiosa, la voce dello sposo e della sposa: “Lo Spirito e la sposa dicono Vieni! (…) Sì, vengo presto. Amen” (Ap. 22,17-20). Sono parole che echeggiano il mirabile cantico dei cantici, dove ugualmente lo sposo e la sposa si invitano a vicenda, in una danza, dopo la fine dell’inverno, per godere insieme della primavera: “Una voce! L’amato mio! Eccolo viene saltando per i monti (…) Alzati amica mia, mia bella e vieni presto! Perché ecco l’inverno è passato (…) Alzati vento del settentrione, vieni, vieni vento del meridione e soffia nel mio giardino, venga l’amato mio nel suo giardino e ne gusti i frutti squisiti” (sono solo alcuni esempi, in realtà tutto il Cantico è un continuo venire e tornare in una sorta di paso doble). Dunque finirà l’inverno del peccato, passerà la stagione di Babilonia, tornerà la voce dello sposo e della sposa!

Poco importa che nel contesto del libro dell’Apocalisse lo sposo sia chiaramente Gesù e la sposa la Chiesa, infatti noi sappiamo che il Sacramento del Matrimonio dona agli sposi la grazia di essere per l’appunto Cristo e la Chiesa nel loro amore, di amarsi con quell’amore, di donarsi l’un l’altro con quella fedeltà (Cfr. Ef. 5,21-33), così che essi stessi, coppia cristiana, nella loro vita diventano la voce allegra e la voce gioiosa, la voce dello sposo e della sposa.

Sì, la nuova Gerusalemme, la città risorta dopo Babilonia, è la città del matrimonio, la città in cui gli sposi sono la vivente voce dello Sposo e della Sposa, ma fino ad allora? Finché dura questo tempo di già e non ancora, fintantoché siamo ancora in Babilonia, seppur la vediamo già sprofondare e giungere la Città dal cielo? E ancor di più, quale speranza resta per chi come voi ha visto chiudersi alle sue spalle la possibilità di incarnare la “voce allegra e gioiosa, voce dello sposo e della sposa”?

Mi viene incontro un altro passo in cui si parla della voce dello sposo, Gv. 3,29: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo”. Qui il Battista presenta se stesso come l’amico dello sposo. L’amico dello sposo è una figura istituzionale nel rito del matrimonio ebraico, è colui che ha il compito di accompagnare la sposa dallo sposo, di presentargliela, per così dire. Scegliendo questo ruolo per sé Giovanni intende dire che, pur non potendo godere della pienezza delle nozze tra Dio e l’uomo che si compiono in Cristo, e di cui il Matrimonio cristiano è sacramento, la sua gioia è tuttavia piena, perché tanto grande è l’amore che lo unisce allo sposo da godere delle nozze come se egli stesso fosse lo sposo.

Spesso ho sentito interpretare il ministero sacerdotale a partire da queste parole, in un certo senso si può dire che noi preti siamo l’amico dello sposo, appunto perché la nostra funzione è quella di presentare, come Giovanni Battista, la sposa allo sposo. Ma oggi mi chiedo se non si possa dire lo stesso anche di voi, separati cristiani, di voi che non potete più incarnare la sposa nel sacramento del matrimonio e tuttavia, forse proprio perché avete perso questa possibilità, avete una consapevolezza assai più acuta della sua bellezza e dignità rispetto a tante coppie che si sposano senza quasi sapere ciò che stanno facendo.

È così assurdo pensare che i separati cristiani possono svolgere una ministerialità feconda proprio a servizio del sacramento del Matrimonio? È così difficile immaginare dei separati fedeli in un servizio di catechesi dei fidanzati, di counseling per coppie in crisi, o anche semplicemente di preghiera per le famiglie?

L’esperienza pastorale mi ha fatto scoprire che non di rado i cristiani separati, forse perché ne sono esclusi, hanno più amore verso il Sacramento di tanti che frequentano regolarmente la messa quasi senza saperne il perché. E non potrebbe valere lo stesso discorso a proposito del Matrimonio?

Sì, ne sono certo, un separato cristiano, a servizio della Gerusalemme celeste, anche in mezzo a Babilonia, può davvero essere l’”amico dello sposo” e tornare a far sentire, anche in mezzo a Babilonia, la voce allegra e la voce gioiosa.

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3 commenti

Archiviato in Babilonia, Chiesa-Gerusalemme

3 risposte a “La voce dello sposo

  1. 61Angeloextralarge

    “tanto grande è l’amore che lo unisce allo sposo da godere delle nozze come se egli stesso fosse lo sposo”: quanto sarebbe bello vivere così!

  2. Ma non esistono nemmeno più sposi e spose, anche quando i giovani non possono sposarsi per mancanza di mezzi…
    non solo il divorzio, credo, ma anche l’impossibilità di creare famiglie se il capitalismo malato incombe sulla società.
    Chiedo scusa, ma questo tema mi tocca da molto vicino.

    • Hai ragione, questo è un altro dei motivi per cui Babilonia è la città senza sposi. Considera che come scrivevo nel preambolo questo articolo nasce come conferenza a un associazione di separati cristiani e quindi risente del contesto, è ovvio che dovevo parlare del divorzio, ma il problema è più globale: mettere l’economia al centro della vita distrugge ogni possibilità di comunione

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