Prostitute o spose?

Giovanni non doveva intendersene molto di donne. Così almeno pensa Elizabeth Schlusser-Fiorenza, un’esegeta della scuola cosiddetta femminista (una delle più moderate in verità, l’unica che son riuscito a leggere senza provare il bisogno istintivo di gettare il libro in luoghi innominabili). La sua tesi è che Giovanni conosce di fatto due soli modelli femminili, la prostituta e la sposa, e quindi commette il terribile peccato di origine di ogni maschio, quello cioè di pensare la donna solo in relazione a se stesso.

Ora, a parte il fatto che esistere-in-relazione non è affatto una cosa disdicevole, anzi, a ben guardare è la condizione esistenziale fondamentale di ogni uomo, maschio o femmina che sia, o perché altro varrebbe la pena di vivere se non per qualcuno? A parte questo dicevo e a parte il fatto che Giovanni usa queste due immagini perché si inserisce in un filone tradizionale ricco e ben documentato (che peraltro reinterpreta con grande creatività, così che la sua “Sposa” ad esempio è tutt’altro che passiva nel rapporto con lo Sposo), nel dualismo tra la prostituta-Babilonia e la sposa-Gerusalemme è nascosto un confronto tra due modelli alternativi di femminilità, confronto che in effetti riguarda non solo le donne, ma ogni uomo, se è vero che tutti noi davanti a Dio siamo chiamati ad essere in ultima analisi la Sposa.

Ho già accennato a questo nel post precedente, parlando della donna vestita di sole, dove suggerivo un confronto tra una femminilità solare ed una lunare. Vorrei provare ora a sviluppare ed arricchire quell’idea attingendo anche ad altri rivoli del grande fiume dell’Apocalisse.

Sia nel capitolo 18 dove presenta Babilonia che nel capitolo 21 dove presenta Gerusalemme, Giovanni fa precedere la descrizione delle due città da un intervento angelico. E’ un modo di dire che per poter comprendere la verità dei due modelli abbiamo bisogno della Grazia di Dio, per demistificare gli inganni della Prostituta nel primo caso, per apprezzare lo splendore della Sposa nel secondo. Prego che lo stesso angelo raggiunga te che leggi in questo momento, per farti vedere ciò che sto cercando di descrivere.

La prima differenza: Babilonia seduce, Gerusalemme affascina

La Prostituta è seducente, fa di tutto per attirare gli altri a sé, Giovanni in 18,23 usa esplicitamente il verbo sedurre (planao, letteralmente sviare) per motivarne la condanna, la Sposa invece risplende della luce di Dio, non brilla di luce propria, la sua luce infatti è come quella di una gemma che riflette il sole. Questo significa che, a differenza di Babilonia, Gerusalemme non vuole attirare a sé, ma piuttosto indicare il sole che le risplende dentro. Così dovrebbe essere la Chiesa. Ogni volta che la Chiesa parla di sé piuttosto che del suo Sposo diventa autoreferenziale e in ultima analisi si comporta come la Prostituta Babilonia. Così è l’ideale femminile di Giovanni: uno splendore affascinante che tuttavia non tenta di sedurre, ma si limita ad essere nella sua bellezza, così come un fiore non fa alcuna fatica a profumare, ma con il semplice essere se stesso spande nel mondo il suo profumo.

L’ideale di Giovanni non è dunque una femminilità nascosta, la sua donna non deve restare chiusa in casa, come hortus conclusus, ad esclusiva disposizione dello sposo. Al contrario, egli vuole che la donna risplenda, che sia quindi ben visibile, aperta al mondo. Non per nulla Gerusalemme ha dodici porte sempre aperte verso i quattro punti cardinali, in un perenne gesto di accoglienza. Non è tuttavia una visibilità autoreferenziale e vanitosa, la donna risplende perché in lei tutti possano incontrare lo sposo, il suo splendore non è a beneficio proprio, ma della sua famiglia, per così dire.

Vale forse la pena di spendere due parole sul bisogno di sedurre che sembra ad una certa età afferrare tutte le adolescenti o quasi. Ho il sospetto che in ultima analisi nasconda un’insicurezza di fondo, un bisogno di essere confermati e sostenuti. Non voglio dare giudizi moralistici, ma osservo un fenomeno. L’atteggiamento seduttivo sembra mascherare una fragilità, mentre il fascino nasce dalla consapevolezza di sè, in una forza che non ha bisogno di esibirsi. Naturalmente è forte colei che ha in sè una luce da riflettere sul mondo, una luce che non nasce da noi, che ci fa essere gemma piuttosto che crederci stella.

A volerla dire proprio tutta poi, vedo anche che questo non è solo un problema femminile, quanti dei miei colleghi maschi piuttosto che affascinare cercano di sedurre?

La seconda differenza: indossare l’oro

Entrambe le donne/città traboccano di ricchezza, oro e gemme sono abbondantissimi nell’Apocalisse e nella descrizione di Babilonia e Gerusalemme Giovanni ne fa un uso esagerato, ma c’è una differenza fondamentale, la Prostituta non sa indossare il suo oro. La versione CEI dice che è “adorna d’oro”, ma in realtà il testo greco ha una curiosa espressione: kechrousomene chrousio, che letteralmente significa “dorata d’oro”, come se ne fosse verniciata, totalmente ricoperta, talmente coperta d’oro da aver perso nei fatti ogni umanità e quindi ogni bellezza. La sposa invece è anch’essa rivestita d’oro, ma il suo oro è purificato, simile a cristallo trasparente (Ap. 21,18), e quindi non copre, ma mostra ciò che riveste.

La Prostituta si nasconde dietro le sue ricchezze, come se in fondo si vergognasse di sé, si copre d’oro perché non appaia la sua scandalosa nudità, la Sposa invece non teme di rivestirsi di trasparenza, perché la sua nudità appaia. Nulla in lei infatti deve essere nascosto, ma tutto deve essere in luce, per mostrare la Gloria che in lei risplende. Anche qui è perfino troppo facile fare il paragone con tante donne che “si coprono” di ornamenti per nascondere se stesse. Non che mi piacerebbe vedere nude le mie amiche, beninteso, si parla qui di una nudità interiore, di quel vestirsi di trasparenza che fa balenare la bellezza profonda, quella più vera.

L’oro della Sposa inoltre è un oro purificato (letteralmente katharòs, purificato nel fuoco), non è cioè lo stesso oro di Babilonia. Non è quell’oro impuro che rende impuro chi lo tocca, non parla di avidità e sopraffazione, ma piuttosto di nobiltà e gloria.

Terza differenza: la Sposa sa vestirsi

La Prostituta è vestita di porpora e scarlatto, i colori imperiali, che agli occhi dei primi lettori di Giovanni dovevano certamente evocare l’abito dei magistrati romani e quindi indirettamente l’oppressione di cui si sentivano vittime, la veste della Sposa invece è più semplice: interamente bianca (il colore della Risurrezione) è tessuta di bisso (un tessuto ricavato dalla secrezione di un mollusco, la pinna nobilis, già allora raro e preziosissimo, che veniva usato praticamente solo per gli abiti regali e sacerdotali), ma soprattutto è tessuta con le opere di giustizia dei santi. Non solo le loro opere di devozione, ma tutte le opere giuste. Ogni carezza ai propri figli, ogni bacio alla propria sposa, ogni firma su un trattato di pace di un politico, ogni giusta sentenza di un magistrato, ogni colpo di ramazza dello scopino, ogni goccia di sudore del portantino, tutto questo sono i fili che compongono la veste della sposa.

Mentre la Prostituta quindi acquista la sua veste con il frutto della sua prostituzione (la porpora infatti le viene dai suoi traffici con quei mercanti che sono anche mercanti di vite umane e schiavi, descritti nel capitolo 18), la sposa la tesse da sé, con la sua azione nel mondo. La sua è l’eleganza semplice della giustizia, ancora una volta non ostentazione, ma chiarezza che traspare da sé.

Chiunque conosca una donna sa quanto tempo impiega a scegliere un abito. Questa in sé è una cosa legittima, perché esprime il desiderio che il nostro aspetto interiore si accordi con la nostra anima. Proprio per questa ragione però quando guardo l’abito di certe donne che conosco mi verrebbe da chiedergli: ma tu sei proprio così? Sei davvero quella che vuoi farmi pensare di essere?

Conclusioni: lusso e bellezza

In sintesi la bellezza della sposa (e dunque il modello femminile che ella rappresenta) è tutta derivata dalla sua interiorità, procede, per così dire, dall’interno verso l’esterno, è come una luce che dalla sua anima si propaga al suo corpo e da esso si proietta verso il mondo. E’ una bellezza che dice armonia, equilibrio, stabilità, che affascina accogliendo e non imponendosi, una bellezza in cui ci si sente “a casa”, ed infatti ella viene definita “dimora di Dio e degli uomini”. Al contrario la bellezza della prostituta è tutta esteriore, il suo scopo non è rivelare, ma nascondere ciò che c’è nell’interno, per questo il contatto con essa uccide e non può essere casa di nessuno se non di avvoltoi e sciacalli.

E’ la stessa intuizione di Tiziano Vecellio che nel quadro qui rappresentato raffigura l’amore sacro come una donna nuda e quello profano come una riccamente vestita. La bellezza, quella vera, non copre, ma rivela, non è fatta per ingannare, ma per mostrare la verità.

Forse, come Giovanni, non mi intendo molto di donne neppure io e come molti maschi tremo al pensiero di aver osato avventurarmi in quella terra incognita che è rappresentata da oro, gioelli e eleganza nel vestire… spero lo stesso che qualcuna delle mie amiche abbia pazienza con me

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2 commenti

Archiviato in Babilonia, Chiesa-Gerusalemme, Maria, Resistenza cristiana

2 risposte a “Prostitute o spose?

  1. Altro che spazientita! Tutto ciò è entusiasmante 🙂

  2. Pingback: Prostitute o spose? « Sposati e sii sottomessa

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